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Recensione The Last Caretaker 2025-12-18T20:37:27+01:00
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    The Last Caretaker

    Recensione The Last Caretaker

The Last Caretaker è uno di quei giochi che, fin dai primi minuti, riesce a trasmettere una sensazione precisa: sei davvero solo. Non nel senso classico del survival fatto di fame e pericoli costanti, ma in una solitudine più profonda, quasi esistenziale. Sei l’ultimo custode, una macchina risvegliata con un compito enorme sulle spalle: salvare ciò che resta dell’umanità in un pianeta ormai inghiottito dagli oceani.

L’ambientazione è senza dubbio uno degli elementi più affascinanti dell’esperienza. La Terra non esiste più come la conoscevamo: al suo posto c’è un mare infinito, interrotto da megastrutture arrugginite che emergono dall’acqua come monumenti a un passato ormai perduto. Esplorare questo mondo è uno dei piaceri più grandi del gioco. Ogni nuova struttura, ogni relitto, ogni installazione abbandonata racconta qualcosa, anche senza bisogno di parole. Il senso di scoperta è costante e spinge il giocatore ad andare sempre un po’ più lontano, a rischiare, a cercare risposte.

Dal punto di vista del gameplay, The Last Caretaker si inserisce nel genere survival-crafting, ma lo fa in modo piuttosto intelligente. Il gioco non ti prende per mano e non ti spiega tutto in modo didascalico: molte meccaniche vanno comprese sperimentando, osservando l’ambiente e collegando le informazioni disponibili. Capire come ottenere energia, come collegare i sistemi elettrici, come sfruttare al meglio le risorse trovate e riciclare materiali è parte integrante dell’esperienza. C’è una forte soddisfazione nel riuscire a far funzionare una catena produttiva con risorse limitate, ottimizzando ogni scoperta e ogni costruzione attraverso il crafting.

Un altro elemento centrale è il Lazarus Complex, il luogo in cui si custodiscono e si fanno crescere i “semi umani”. Qui il gioco cambia leggermente ritmo e diventa quasi contemplativo. Gestire incubazione, nutrienti e dati di memoria non è solo una questione meccanica, ma contribuisce a rafforzare il legame emotivo con la missione. Ogni seme racchiude frammenti di vite passate, ricordi, emozioni, e riportare lentamente l’umanità alla luce dà un peso narrativo importante a ciò che si sta facendo. Non si tratta solo di sopravvivere, ma di preservare qualcosa di profondamente umano.

Anche il lato più action del gioco riesce a sorprendere. I nemici, principalmente macchine fuori controllo e minacce ambientali, mostrano una buona varietà e un’intelligenza tutt’altro che banale, reagendo alla luce in modi parecchio particolari. Non sono semplici ostacoli messi lì per rallentarti, ma elementi che costringono a pianificare e a scegliere con attenzione come procedere per ottenere le risorse più importanti. Le tempeste, gli attacchi improvvisi e la mancanza di corrente mantengono alta la tensione e impediscono al gameplay di diventare troppo statico, almeno nelle prime fasi.

Il vero obiettivo finale, il lancio dei razzi verso l’orbita tramite l’infrastruttura MOSES, rappresenta il culmine dell’esperienza. Ogni lancio è il risultato di ore di esplorazione, raccolta, costruzione e gestione. Vedere gli esseri umani che hai coltivato lasciare un pianeta ormai condannato è un momento potente, che riesce a dare senso a tutto ciò che hai fatto fino a quel momento.

Detto questo, è impossibile ignorare i limiti del gioco, soprattutto considerando che The Last Caretaker è ancora in accesso anticipato. Le performance sono attualmente uno dei problemi più evidenti. In molte location si verificano cali di frame rate anche significativi, che possono compromettere l’immersione e rendere alcune fasi di esplorazione o combattimento meno fluide del dovuto. È un aspetto che sperabilmente verrà migliorato con l’avanzare dello sviluppo, ma allo stato attuale pesa sull’esperienza complessiva.

Un’altra mancanza importante è l’assenza della lingua italiana. Per un titolo così ricco di testi, questa scelta potrebbe rappresentare un ostacolo per una parte del pubblico, soprattutto per chi non ha molta dimestichezza con l’inglese. Infine, alla lunga, alcuni contenuti tendono a risultare ripetitivi. Le meccaniche sono solide, ma dopo molte ore si ha la sensazione di rivedere situazioni già affrontate, con poche variazioni sostanziali.

Nonostante questi difetti, The Last Caretaker mostra un potenziale enorme. Le idee alla base sono forti, l’atmosfera è riuscita e il senso di esplorazione e ingegno richiesto al giocatore è davvero appagante. Essendo ancora in sviluppo, è lecito aspettarsi miglioramenti sul fronte tecnico e un ampliamento dei contenuti, elementi che potrebbero trasformarlo in un punto di riferimento per gli amanti del survival-crafting più riflessivo.

In conclusione, The Last Caretaker non è un gioco perfetto, ma è un’esperienza che merita attenzione. Se si è disposti ad accettare qualche compromesso tipico dell’accesso anticipato, ci si trova davanti ad un’avventura suggestiva, malinconica e sorprendentemente umana, ambientata in un mondo dove tutto sembra perduto, ma una scintilla di speranza continua ostinatamente a resistere.

IL VERDETTO

8.5
A CHI POTREBBE PIACERE?
A chi ama i survival-crafting lenti e riflessivi, basati sull’esplorazione, sull’ingegno del giocatore e su un’atmosfera solitaria e contemplativa.
PRO
  • Esplorazione interessante
  • Sistema di crafting ben realizzato
  • Ingegnosità di meccanismi e collegamenti
CONTRO
  • Scarsa ottimizzazione
  • Lingua italiana assente
  • Contenuti limitati

DATI DEL GIOCO

Piattaforme: Windows

Sviluppatore: Channel37 Ltd

Distributore: Channel37 Ltd

Data di uscita: 06/11/2025

Sito Ufficiale

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PEGI: ND

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Videogiocatore sin dalla tenera età, ho sviluppato un interesse particolare per gli RPG. Sono sempre alla ricerca di nuove avventure da vivere e di enormi boss da affrontare. Adoro tantissimo esplorare i mondi di gioco, in particolar modo ho avuto la premura di esplorare a fondo ogni angolo sperduto di Skyrim (capolavoro a mio avviso) che è solo uno dei tanti giochi che compongono una serie stupenda, la serie The Elder Scrolls!