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The Dark Pictures Anthology: torna la paura sui nostri monitor

Discussione in 'Videogiochi' iniziata da f5f9, 5 Novembre 2020.

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  1. f5f9

    f5f9 si sta stirando Ex staff

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    Premessa: credo che non tutti conoscano i Supermassive Games i quali, dopo alcuni giochi “minori”, esplosero circa cinque anni fa su PS4 con “Until down”, un horror interattivo estremamente ricco di jumpscare e sfaccettature. Il loro gameplay è analogo a quello dell’immenso David Cage (Fahrenheit, Heavy rain, Beyond two souls, Detroit) e dei compianti Telltale, basato soprattutto sui quick time event.
    È, a mio personale parere, uno dei più infelici, ma in questo genere nessuno è ancora riuscito a inventarsi qualcosa di meglio e di altrettanto appropriato. Il tipo di struttura narrativa, ispirata dall’iconico “Dieci piccoli indiani” di Agatha Christie, è sempre la stessa: in un luogo chiuso un piccolo gruppo di vittime designate si affanna a sfuggire un misterioso pericolo.
    Naturalmente non possono contare né su vie di fuga, né su comunicazioni con l’esterno. Lo schema funziona sempre benissimo per generare suspence ed è un’ottima occasione per lo studio entomologico di psicologie intrappolate in una situazione estrema.
    Il modello porta però con sé l’esigenza di un twist finale originale e spiazzante e non sempre, negli infiniti tentativi di imitazione, la soluzione è risultata soddisfacente.
    Per quanto riguarda le opere dei Supermassive, in Until down la “sorpresona” era a metà gioco, la seconda parte continuava a essere avvincente per merito dell’abilità registica, meno per la trama. Dopo il (meritatissimo) successo di quel gioco, i talentuosi dev hanno pensato di cavalcare la voga dei serial e hanno avviato “The Dark Pictures Anthology”, una serie di vg relativamente brevi e autoconclusivi.
    Il tema del primo, “Men of Medan”, era la classica “nave fantasma” ispirata all’inquietante vicenda della “Ourang Medan”, un mercantile (guarda un po’) olandese (anche se non volante) che, nel secondo dopoguerra, scomparì in acque indonesiane con tutto il suo equipaggio vittima, si racconta, di orrori indicibili.
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    il presunto Ourang Medan
    In seguito spuntarono ipotesi tanto bislacche quanto suggestive ma, in realtà, non c’è neanche la prova definitiva che quella nave sia mai esistita. Ma come leggenda metropolitana resta comunque assai intrigante, tanto da generare vari film e racconti.
    Nel gioco interpretiamo quattro sciroccati vacanzieri più un’avvenente capitana che, in seguito a una serie di sfortunati eventi, si ritrovano proprio intrappolati negli angusti e claustrofobici spazi di quella misteriosa nave.
    Scopo del gioco è quello di salvarne il maggior numero o, nel migliore dei casi, tutti.
    Come in Until down il numero di variabili è enorme e il tasso di rigiocabilità altissimo. La serie prosegue oggi con “Little hope”, lo schema di partenza è identico ma ambientazione e trama vanno in tutt’altra direzione. I giochi si aprono sempre con una presentazione da parte di un ambiguo “Curatore” splendidamente interpretato dall’attore inglese Pip Torrens.
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    È una specie di elfo luciferino che ci introdurrà ai misteri delle cupe vicende fornendo talvolta qualche criptico suggerimento. Segue un breve prologo, con funzione di antefatto, che sciorina una serie di macabri eventi. Il mio consiglio è di seguirlo attentamente dato che contiene molti indizi chiarificatori di quanto avverrà in seguito (e anche di quanto successo in precedenza). A posteriori, addirittura, suggerisco di guardarlo più volte indagando anche sui particolari che sembrano irrilevanti ma che spesso riempiono certi apparenti plot hole. A parere di chi scrive infatti, Little hope dispone della trama migliore finora concepita dai Supermassive, un complesso puzzle che finirà con una spiegazione veramente destabilizzante. Intendiamoci: ormai anche in questo genere è praticamente impossibile inventare qualcosa di assolutamente originale.
    Nel caso specifico l’idea somiglia pericolosamente a quella alla base di un bel thriller del 2003 che non nominerò per scongiurare il pericolo di spoiler, però c’è da dire che qui l’incastro è ancora più articolato e coerente.
    Ovviamente non è lecito anticipare nulla. Mi limiterò a osservare che in questa serie sono presenti tutti i possibili cliché e che le citazioni dei classici sono continue. Questo a partire dalla scelta dei personaggi, per lo più insopportabili giovinastri di una strafottenza così marcata da farci parteggiare per i killer.
    Si tratta, né più, né meno di un cast analogo a quello tipico delle serie horror/giovanilistiche degli anni ’80/90 (Nightmare, Halloween, Creepshow, Scream ecc.).
    Ma tutto il cinema di genere viene qui saccheggiato senza ritegno: le inquietanti atmosfere della città sono alquanto Kinghiane, nel prologo c’è una citazione precisa da “Io ti salverò” di Hitchcock, luci e inquadrature sembrano prese di peso dal più recente The Witch (2015).
    Altro riferimento scontato è quello a “The Blair Witch Project”, da cui prende molti elementi visivi.
    Le citazioni da Poe (corvi e gatti neri, case fatiscenti, il doppleganger William Wilson ecc.) abbondano, così come quelle dall’immancabile Lovecraft (entità malevole che gorgogliano nel buio pronte a ghermire) e quelle sulle streghe di Salem forse malvagie, forse vittime di calunnia (con buona pace di Hawthorne e Miller).
    Semplice copia/incolla?
    A parere di chi scrive no.
    In fondo certe meccaniche sono ormai canonizzate da decenni, l’horror moderno parte dal “gotico americano” di “Psyco” di Hitchcock (e un po’ dall’omonimo quadro di Grant Wood) e in seguito nessuno ha inventato niente di altrettanto rivoluzionario.
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    Qualsiasi espediente che fornisca tensione e jumpscare è lecito se è realizzato abbastanza bene da tenere desta l’attenzione e purché coerente con la trama.
    Pagato lo scotto al deja vu, a parere di chi scrive le opere dei Supermassive hanno qualche marcia in più rispetto all’attuale concorrenza.
    In primo luogo riprendono l’uso della visuale in terza persona ormai quasi abbandonata dopo l’enorme successo di “Amnesia: The Dark Descent”. Non solo il risultato è più cinematografico ma l’attenzione è acuita dal fatto che il personaggio che stiamo interpretando in un determinato momento potrebbe morire o agire in maniera inadeguata a salvare un compagno. Questo letteralmente costringe a riprovare più volte certe lunghe sequenza senza provare la minima noia visto che, anche se muore qualcuno, la storia prosegue imperterrita pur con le inevitabili varianti. Inoltre le aree sono disseminate di collezionabili, più o meno evidenti, che è indispensabile trovare per capire veramente quello che è avvenuto cinquant’anni e tre secoli fa e quali conseguenze si riverberano sull’oggi.
    I finali sono principalmente tre e, anche se la soluzione dell’enigma è unica.
    Spaziano dal più negativo al meno peggio. Per ottenere quest’ultimo dovremo fare scelte spesso improbabili, controllare le relazioni tra i personaggi e giocare bene le (poche) sequenze action.
    A quest’ultimo proposito, Little hope segna un cambio di passo rispetto ai precedenti vg dei Supermassive: i QTE sono abbastanza rari e notevolmente facilitati, tanto che è difficile fallirli.
    Prima, invece, le sequenze piuttosto frustranti erano più ardue e frequenti, spesso addirittura al punto da spezzare il ritmo.
    La realizzazione tecnica mi è parsa ineccepibile, mai un bug e, malgrado l’alto grado di dettaglio, il gioco è piuttosto leggero.
    Finora ho elencato i Pro.
    Contro? Ben poco.
    La visuale è a imitazione di quella fissa dei primi Resident Evil, per cui a volte non è del tutto agevole guidare il personaggio attraverso porte o passaggi stretti.
    È facile prevedere che la carriera degli attori coinvolti (salvo forse uno) non sarà costellata di Oscar.
    Il genere è certamente di nicchia e il gioco non potrà piacerà a chi non lo ama o è debole di cuore.
    Potrebbe anche infastidire questa mancanza di innovazione, ma è mia assoluta convinzione che è meglio essere bravi che originali, d’altra parte Morandi ha dipinto solo bottiglie e Fellini ha fatto sempre lo stesso film.
    Infine, ciliegina sulla torta: anche questo gioco dei Supermassive è interamente doppiato in italiano e pure in maniera degna.
    La cosa è sorprendente visto che le cinque o sei ore di durata sono prevalentemente occupate da dialoghi e discussioni.
    Inoltre le numerosissime varianti di trama ne implicano altrettante nell’imponente mole di script.
    Un’altra ragione, per noi orfani dei Silent Hill, di gratitudine per questa talentuosissima SH.

    Come dice il Curatore: "questa bambina è in pericolo o è il pericolo?"
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    N.B.: la paura di spoilerare mi impedisce di allegare altre immagini in game
     
    A digia piace questo elemento.