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Libri di Lore "dimenticati"

Discussione in 'The Elder Scrolls V: Skyrim' iniziata da Varil, 26 Novembre 2018.

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  1. Vampirismo

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  2. Lord Vivec

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  1. Varil

    Varil Galactic Guy

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    La versione argoniana
    Libro due


    di
    Waughin Jarth


    Decumus Scotti riemerse dal sudiciume e dai canneti, esausto per la corsa e con il volto e le braccia ricoperti di rosse mosche carnarie. Guardando indietro in direzione di Cyrodiil, vide il ponte affondare nel denso fiume nero consapevole che non avrebbe potuto ritornare fino a quando la marea non si fosse ritirata nell'arco di qualche giorno. Il fiume conservava nelle sue melmose profondità tutta la sua documentazione su Black Marsh. Doveva fare affidamento sulla sua memoria per i contatti a Gideon.

    Mailic stava avanzando con decisione attraverso i canneti più avanti. Lottando senza successo contro le mosche carnarie, Scotti si affrettò a seguirlo.

    "Siamo fortunati, signore", disse il Redguard. Quella sembrò a Scotti una frase straordinariamente assurda da dire, finché non si accorse cosa stava indicando l'uomo. "La carovana è qui".

    Ventuno carri arrugginiti e imbrattati di fango affondavano le ruote traballanti di legno marcio nel soffice terreno davanti a loro. Una folla di argoniani, con squame e occhi grigi, del genere dei rozzi manovali tanto comuni a Cyrodiil, trascinava uno dei vagoni che si era separato dagli altri. Avvicinandosi, Scotti e Mailic si accorsero che trasportava un carico di mirtilli così marci da essere a stento riconoscibili... più simile a una putrida marmellata che a un carico di frutti.

    Sì, erano diretti alla città di Gideon e sì, erano disposti a dare un passaggio a Scotti ma solo dopo aver finito di scaricare quella poltiglia.

    "Quanto tempo fa sono stati colti?", Scotti chiese, indicando il carico putrefatto del carro.

    "Il raccolto è avvenuto nel mese dell'Ultimo Seme, naturalmente", disse l'argoniano che sembrava il responsabile del carro. Era ormai la Luce del Crepuscolo, pertanto dovevano essere in viaggio da poco più di due mesi.

    Ovviamente, Scotti pensò, avevano avuto problemi con il trasporto. D'altronde, risolvere quel problema era proprio il motivo della sua presenza in quel luogo come rappresentante della Commissione Edilizia Vanech.

    Ci volle quasi un'ora per spostare il carro da un lato, mentre i mirtilli marcivano sempre più sotto il sole, per agganciare insieme i carri che aveva davanti e dietro, e collegare uno degli otto cavalli che stavano in testa alla carovana, al carro ormai indipendente. I manovali si muovevano con deprimente lentezza e Scotti colse l'opportunità per esaminare il resto della carovana e conversare con i suoi compagni di viaggio.

    Quattro dei carri avevano al loro interno delle panche, scomode sistemazioni per i passeggeri. I restanti erano colmi di grano, carne e vegetazione in vari stadi di decomposizione.

    Il gruppo di viaggiatori consisteva di sei manovali argoniani, tre mercanti imperiali così pieni di morsi di insetti da sembrare ricoperti di scaglie proprio come gli argoniani, e tre individui avvolti in mantelli, che evidentemente erano dunmer, a giudicare dagli occhi rossi che balenavano nell'ombra dei loro cappucci. Tutti stavano trasportando le loro merci lungo la Via di Commercio imperiale.

    "Questa sarebbe una strada?", esclamò Scotti osservando incredulo lo sterminato canneto che gli arrivava fino almeno al mento.

    "È un terreno solido, in un certo senso", disse uno dei dunmer incappucciati stringendosi nelle spalle. "I cavalli mangiano alcune delle canne e talvolta gli diamo anche fuoco, ma nonostante ciò ricrescono immediatamente".

    Finalmente, il capo della carovana fece cenno che erano pronti a partire e Scotti prese posto nel terzo vagone con gli altri imperiali. Si guardò intorno, ma Mailic non era a bordo.

    "Ho accettato di condurvi a Black Marsh e di riportarvi indietro", disse il Redguard tirando una pietra nel mare di canneti e mangiucchiando una carota pelosa. "Sarò qui al vostro ritorno".

    Scotti aggrottò la fronte, e non solo perché Mailic aveva dimenticato il titolo reverenziale di "signore" rivolgendosi a lui. Si rese improvvisamente conto di non conoscere nessuno a Black Marsh, ma in quel momento la carovana lentamente iniziò a stridere e si mosse in avanti con un sobbalzo, quindi non vi fu tempo per obbiettare.

    Un vento fastidioso spazzava la Via di Commercio, modellando l'interminabile monotona distesa di canneti. All'orizzonte sembravano stagliarsi delle montagne, ma poiché si spostavano costantemente, Scotti comprese che si trattava di banchi di nebbia e foschia. C'erano delle ombre che attraversavano quel paesaggio e quando Scotti sollevò lo sguardo vide che erano proiettate da giganteschi uccelli dai lunghi becchi seghettati grandi quasi quanto il resto del corpo.

    "Falchi", farfugliò Chaero Gelullus, un imperiale seduto alla sinistra di Scotti che, sebbene giovane, dall'aspetto appariva vecchio e malandato. "Come ogni altra cosa in questo dannato posto vi divoreranno se non continuate a muovervi. Le canaglie piombano giù, ti sferrano una feroce artigliata e poi volano via tornando solo quando sei quasi morto dissanguato".

    Scotti rabbrividì. Sperò di raggiungere Gideon prima di notte. Fu solo allora che si rese conto che il sole era dal lato sbagliato della carovana.

    "Mi scusi, signore", chiese Scotti al capo carovana. "Non dicevate che eravamo diretti a Gideon?".

    Il capo carovana annuì.

    "Perché allora stiamo andando verso nord, mentre dovremmo dirigerci a sud?".

    Non vi fu risposta, solo un sospiro.

    Scotti si accertò che anche i suoi compagni di viaggio stessero andando a Gideon e nessuno sembrava particolarmente interessato alla rotta che stavano seguendo per raggiungerla. I sedili erano duri per la sua schiena e posteriore di uomo di mezz'età, ma il costante sobbalzare della carovana e l'ipnotico ondeggiare dei canneti fecero lentamente scivolare Scotti nel sonno.

    Si risvegliò nell'oscurità alcune ore dopo, non sicuro di dove si trovasse. La carovana non era più in movimento e si ritrovò sul pavimento, sotto la panca, accanto ad alcune piccole scatole. Si udivano delle voci parlare una lingua composta di sibili e schiocchi che Scotti non comprendeva. Sbirciò fuori, guardando attraverso le gambe di qualcuno, per vedere cosa stesse accadendo.

    Le lune a fatica riuscivano a penetrare la spessa coltre di nebbia che avvolgeva la carovana e Scotti non si trovava nel punto migliore per riuscire a scorgere chi parlava. Per un istante, gli sembrò che il grigio capo carovana stesse parlando da solo, ma nell'oscurità intravide, in effetti, il bagliore di scaglie che si muovevano. Era arduo distinguere quanti fossero, ma erano comunque grandi, neri, e più Scotti teneva lo sguardo su di loro, più riusciva a coglierne i dettagli.

    Finché intravide un particolare dettaglio, enormi bocche colme di zanne simili ad aghi, Scotti arretrò tornando a rintanarsi sotto la panca. I loro piccoli occhi neri non si erano ancora rivolti nella sua direzione.

    Le gambe dell'uomo di fronte a Scotti si mossero e iniziarono a dibattersi, mentre il loro proprietario veniva afferrato e trascinato fuori dal carro. Scotti si raggomitolò ancora, nascondendosi dietro le piccole scatole. Non sapeva molto di occultamento, ma aveva un po' di esperienza con gli scudi. Sapeva bene che avere qualcosa, qualsiasi cosa, fra te e le cose cattive era sempre un bene.

    Alcuni secondi dopo che le gambe erano scomparse, si udì un orribile grido. Poi un secondo e un terzo. Differenti toni, differenti accenti, ma tutti gridavano lo stesso confuso messaggio... terrore, e dolore, terribile dolore. Scotti ricordò una preghiera al dio Stendarr dimenticata da lungo tempo e la sussurrò.

    Poi fu il silenzio... un orrendo silenzio che durò solo alcuni minuti, ma che sembrò durare per ore... anni.

    Poi la carovana iniziò di nuovo a muoversi in avanti.

    Scotti scivolò cautamente fuori da sotto il carico. Chaero Gemullus gli rivolse un ghigno divertito.

    "Ah, eccovi", disse. "Pensavo che i naga vi avessero catturato".

    "Naga?".

    "Brutti tipi", disse Gemullus, accigliato. "Vipere soffianti con gambe e braccia, alte sette piedi, otto quando s'infuriano. Provengono dalla palude interna e non adorano particolarmente questo posto così sono piuttosto irascibili. Siete proprio il tipo di imperiale elegante di cui vanno in cerca".

    Scotti non aveva mai pensato a se stesso come un tipo elegante. I suoi abiti infangati e punteggiati di mosche carnarie spiaccicate, a parer suo, potevano sembrare di ceto medio, nella migliore delle ipotesi. "A cosa mai potrei servirgli?".

    "Per derubarvi, naturalmente", disse l'imperiale con un sorriso. "E per uccidervi. Non avete notato cosa è successo agli altri?", disse l'imperiale aggrottando la fronte come colto da un improvviso pensiero. "Non avete assaggiato nulla dalle scatole lì sotto, vero? Come lo zucchero?".

    "Per carità, no", disse Scotti storcendo la bocca.

    L'imperiale annuì, sollevato. "Mi sembrate solo un po' lento. È la prima volta a Black Marsh, vero? Oh! Ohimè, piscio di hist!".

    Scotti era sul punto di chiedere a Gemullus cosa significasse quella volgare espressione quando iniziò a piovere. Era un inferno di fetida pioggia giallo-marrone che sommerse la carovana, accompagnata dal boato di tuoni in lontananza. Gemullus si sforzò di tirare su il tetto del carro, fissando Scotti fino a che si decise ad aiutarlo nella faticosa impresa.

    Si riparò, non solo dal freddo della pioggia, ma anche dalla vista di quella disgustosa precipitazione che si abbatteva sul già immondo ammasso in decomposizione nel carro scoperto.

    "Saremo all'asciutto abbastanza presto", disse Gemullus sorridendo, indicando nella nebbia.

    Scotti non era mai stato a Gideon, ma sapeva cosa aspettarsi. Un grande insediamento più o meno simile a una Città Imperiale, con un'architettura in stile più o meno imperiale, e tutti gli agi e le tradizioni imperiali, più o meno.

    Quell'ammasso di baracche semi-affondate nel fango era decisamente qualcosa di meno.

    "Dove ci troviamo?", chiese Scotti sconcertato.

    "Hixinoag", replicò Gemullus pronunciando con sicurezza quel nome bizzarro. "Avevate ragione. Andavamo verso nord mentre dovevamo andare a sud".
     
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  2. Varil

    Varil Galactic Guy

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    La versione argoniana
    Libro tre


    di
    Waughin Jarth



    Si pensava che Decumus Scotti fosse a Gideon, una città a sud di Black Marsh sotto l'influsso dell'Impero, per migliorare i commerci nella provincia per conto della Commissione Edilizia Vanech e dei suoi clienti. Invece, si trovava in un paesino infame e quasi del tutto sommerso, chiamato Hixinoag, in cui non conosceva nessuno, eccetto un narcotrafficante di nome Chaero Gemullus.

    Gemullus non era affatto turbato dal fatto che la carovana dei mercanti fosse andata a nord, piuttosto che a sud. Lasciò perfino che Scotti condividesse il suo secchio di trodh, piccoli pesci croccanti, che aveva acquistato dalla gente del posto. Scotti li avrebbe preferiti cotti, o perlomeno morti, ma Gemullus spiegò allegramente che in tal caso sarebbero stati velenosi.

    "Se fossi nel posto dove dovrei trovarmi in realtà", Scotti esclamò, mettendo uno di quei pesciolini ancora vivi in bocca, "mangerei arrosto, formaggio e berrei del buon vino".

    "Io vendo zucchero lunare a nord e lo compro a sud", disse. "Devi essere più flessibile, amico mio."

    "Invece, i miei affari sono solo a Gideon", disse Scotti, contrariato.

    "Bene, allora hai due possibilità", rispose il narcotrafficante. "Potresti restare qui. La maggior parte dei villaggi di Argonia non dura a lungo e ci sono buone possibilità che Hixinoag sprofondi fino quasi alle porte di Gideon in un mese o due. Questa è probabilmente la soluzione più semplice".

    "Mi farebbe ritardare notevolmente".

    "Oppure puoi unirti di nuovo alla carovana", disse Gemullus. "Magari questa volta andranno nella direzione giusta questa volta, magari non resteranno bloccati nel fango e forse non verranno trucidati dai banditi naga".

    "Poco entusiasmante, direi", disse Scotti aggrottando le sopracciglia. "Altri suggerimenti?".

    "Le radici. L'Espresso Sotterraneo", Gemullus fece una smorfia. "Seguimi".

    Scotti seguì Gemullus fuori dal villaggio e dentro un bosco di alberi avvolti da ciuffi di muschio. Il narcotrafficante osservava attentamente il terreno e tastava più volte il fango vischioso. Alla fine trovò un punto dal quale fuoriuscivano grosse bolle oleose.

    "Perfetto", disse. "Adesso, l'importante è tenere i nervi saldi. L'espresso ti porterà a sud, è la migrazione della marea d'inverno, e saprai di essere nei pressi di Gideon quando vedrai argilla rossa in abbondanza. Non perdere la calma e sappi che le masse di bolle indicano dei punti di uscita".

    Scotti guardò Gemullus in modo assente. L'uomo stava dicendo cose assolutamente prive di senso. "Cosa?".

    Gemullus prese Scotti per le spalle e lo fece spostare sopra la massa di bolle. "Rimani fermo qui...".

    Scotti affondò velocemente nel fango fissando il contrabbandiere, terrorizzato.

    "Ricordati di aspettare fino a quando non vedi l'argilla rossa e, alla vista delle bolle, spingi verso l'alto...".

    Scotti si dibatteva per liberarsi, ma affondava sempre più rapidamente. Il fango raggiunse l'altezza del collo. Scotti aveva lo sguardo impietrito, non riusciva a parlare, disse solo "Oog".

    "E non temere di essere digerito. Potresti vivere nello stomaco di un verme delle radici per mesi".

    Scotti prese affannosamente un'ultima boccata d'aria e chiuse gli occhi prima di scomparire nel fango.

    Sentì un calore inaspettato tutto intorno a lui. Quando aprì gli occhi si ritrovò circondato da una sostanza appiccicosa e traslucida e si accorse di viaggiare ad altissima velocità in avanti e verso sud. Scivolava nel fango, come fosse aria, e attraversava un intricato groviglio di radici. Era confuso ed euforico allo stesso tempo, si sentiva trasportato in avanti all'impazzata, attraverso un ambiente di oscurità aliena e roteava velocemente sopra la spessa rete di tentacoli formati dalle radici degli alberi. Era come essere in cielo a mezzanotte e non sottoterra, nell'Espresso Sotterraneo.

    Osservando rapidamente la massiccia struttura di radici che si estendeva sopra di lui, Scotti vide passare qualcosa. Una creatura quasi informe, priva di occhi, ossa, colore, gambe e braccia, lunga circa due metri che passava tra le radici. Conteneva qualcosa di scuro e, non appena si avvicinò, Scotti vide che si trattava di un argoniano. Fece un cenno e la disgustosa creatura in cui l'argoniano si trovava si appiattì leggermente e schizzò in avanti.

    Al vedere questa scena, gli tornarono in mente le parole di Gemullus. "La migrazione della marea d'inverno", "buco d'aria", "sei digerito". Queste parole gli danzavano attorno per trovare un cantuccio all'interno di una mente che non voleva accettarle... ma non c'era altro modo per spiegare quella situazione. Scotti era passato dal mangiare pesce vivo all'essere ingerito per spostarsi da un posto all'altro. Si trovava all'interno di un verme.

    Scotti prese una decisione e si lasciò svenire.

    Si svegliò un po' alla volta, dopo aver sognato di trovarsi nel caldo abbraccio di una donna. Aprì gli occhi sorridendo ma si accorse subito dell'amara realtà.

    La creatura procedeva ancora nella sua corsa folle e cieca; scivolava tra le radici ma non sembrava più di volare nel cielo notturno. Era come il cielo all'alba: carico di sfumature rosa e rosse. Scotti ricordò le parole di Gemullus: se vedeva argilla rossa era in prossimità di Gideon. Adesso doveva trovare le bolle.

    Non c'erano bolle da nessuna parte. Sebbene le interiora del verme fossero ancora calde e confortevoli, Scotti sentì tutto il peso della terra attorno a sé. "Non devi farti prendere dal panico", aveva detto Gemullus, ma una cosa era ascoltare un consiglio, ben altra era seguirlo. Cominciò ad agitarsi e la creatura si mosse più in fretta all'aumentare della pressione interna.

    Improvvisamente Scotti la vide dinanzi a sé, una sottile spirale di bolle che si sollevava dal fango, proveniente da un qualche flusso sotterraneo, diretta verso l'alto, dalle radici fino alla superficie sovrastante. Nel momento in cui il verme attraversò la spirale, Scotti spinse con tutte le sue forze uscendo la sottile pelle della creatura. Le bolle spinsero velocemente Scotti verso l'alto e in un lampo saltò fuori da quel fango rosso e vischioso.

    Due grigi argoniani si trovavano sotto un albero e tenevano una rete. Guardarono nella direzione di Scotti con educata curiosità. Scotti notò che la rete conteneva parecchie creature simili a topi pelosi che squittivano. Fece per rivolgersi agli argoniani e dall'albero ne saltò giù un altro. Sebbene Scotti non conoscesse bene quell'attività, capì che stavano pescando.

    "Scusate, ragazzi", disse in modo gioviale. "Mi chiedevo se sapreste indicarmi la strada per Gideon".

    Gli argoniani si presentarono come Fiamma Pescatrice e Cartoccio di Foglie e si guardarono l'un l'altro incuriositi dalla domanda.

    "Chi stai cercando?", chiese Cartoccio di Foglie.

    "Credo che si chiami", disse Scotti, tentando di ricordare i contatti di Black Marsh a Gideon persi molto tempo prima, "Archein Piede destro... Roccia?".

    Fiamma Pescatrice annuì. "Per cinque monete d'oro, ti mostrerò la strada. A est. È la piantagione a est di Gideon. Bellissima".

    A Scotti sembrò la notizia migliore degli ultimi due giorni e consegnò a Fiamma Pescatrice le cinque monete d'oro.

    Gli argoniani condussero Scotti fino a una strada fangosa che passava attraverso le canne e si apriva a ovest nell'ampia e azzurra Baia di Topal. Scotti ammirò la magnifica tenuta cinta da mura che si estendeva tutt'intorno: fiori cremisi brillante spuntavano dalle pietre e si sorprese a pensare: "Che paesaggio fantastico!".

    La strada correva parallela a un fiume che andava a est rispetto alla Baia di Topal. Il fiume si chiamava Onkobra, gli dissero. Si inoltrava in profondità di Black Marsh, nel cuore della provincia.

    Guardando oltre l'entrata, verso le piantagioni a est di Gideon, Scotti vide che solo alcuni campi erano coltivati. Nella maggior parte di essi il raccolto era marcito, le viti erano appassite e gli alberi da frutta apparivano secchi e senza foglie. I servi degli argoniani che li lavoravano erano magri, deboli, moribondi, più spiriti che creature viventi e senzienti.

    I tre continuarono il loro viaggio sempre verso est e, due ore più tardi, la tenuta sembrava ancora grandiosa, almeno da lontano, la strada era buona, ancorché ricoperta di erbacce, ma Scotti era spazientito, inorridito dai coltivatori e dallo stato delle terre, nonché meno caritatevole nei confronti di tutta la zona. "Quanto dobbiamo camminare ancora?".

    Cartoccio di Foglie e Fiamma Pescatrice si guardarono come se quella domanda non fosse stata rivolta a loro.

    "Archein è a est?", Cartoccio di Foglie iniziò a pensare. "Vicino o lontano?".

    Fiamma Pescatrice scosse le spalle come per tirarsene fuori e disse a Scotti: "Per cinque monete ti mostrerò la strada. A est. La piantagione. Molto bella".

    "Non ne avete la minima idea, vero?", esclamò Scotti. "Perché non me lo avete detto prima quando avrei potuto chiedere a qualcun altro?".

    Oltre la curva più avanti, si sentiva un rumore di zoccoli. Si stava avvicinando un cavallo.

    Scotti si incamminò in direzione del rumore per fare cenno al cavaliere e non si accorse dell'incantesimo di Cartoccio di Foglie ai suoi danni. Tuttavia, lo percepì. Un tocco ghiacciato lungo la schiena, le braccia e le gambe improvvisamente immobili come avvolte nel rigido acciaio. Era paralizzato.

    L'incantesimo della paralisi, come forse il lettore sa, prevede purtroppo che la vittima continui a vedere e sentire senza però avere alcun controllo sul proprio corpo. Il pensiero che attraversò la mente di Scotti fu: "Dannazione!".

    Infatti, Fiamma Pescatrice e Cartoccio di Foglie, come la maggior parte dei lavoranti di Black Marsh, erano abili illusionisti e di certo non amici degli imperiali.

    Gli argoniani spostarono Decumus Scotti sul lato della strada, un attimo prima che il cavallo e il cavaliere svoltassero l'angolo. Era una figura imponente, un nobile in tenuta verde scuro sfavillante, lo stesso colore della sua pelle squamosa e un cappuccio frangiato che faceva parte del corpo e poggiava sulla sua testa come una corona cornuta.

    "Salve, fratelli!", disse il cavaliere ai due.

    "Salve, Archein Piede destro-Roccia", risposero, e Cartoccio di Foglie aggiunse: "Quali doveri vi attendono, signore, in questa bella giornata?".

    "Non si riposa mai", sospirò Archein in modo regale. "Una delle mie lavoranti ha partorito due gemelli. Gemelli! Fortunatamente, in città c'è un buon mercante e lei non ha fatto troppe storie. Inoltre, c'è un imperiale che arriva dal Commissione Edilizia Vanech che dovrei incontrare a Gideon. Sono sicuro che ci metterò una vita a fargli aprire la cassa del tesoro. Quante complicazioni".

    Fiamma Pescatrice e Cartoccio di Foglie fecero cenno di capire, Archein lanciò il cavallo al galoppo e i due andarono a sorvegliare il loro prigioniero.

    Sfortunatamente per loro, però, Black Marsh era pericolosa quanto tutto il resto di Tamriel. Il loro ostaggio, Decumus Scotti, infatti, era rotolato giù e in quel preciso istante rischiava di affogare nel fiume Onkobra.




    La versione argoniana
    Libro quattro


    di
    Waughin Jarth

    Secumus Scotti stava annegando e la cosa non gli sembrava affatto strana. Non riusciva a muovere le braccia e le gambe per nuotare a causa dell'incantesimo paralizzante che gli aveva lanciato il contadino argoniano, ma stava proprio affondando. Il fiume Onkobra era una furia tumultuosa d'acqua spumeggiante, le cui correnti trascinavano grossi massi senza difficoltà, così Scotti finì sottosopra, ruotando vorticosamente, urtando e rimbalzando da ogni parte.

    Era convinto che sarebbe morto di lì a poco e ciò sarebbe stato comunque meglio del trovarsi a Palude Nera. Non fu poi troppo spaventato nel sentire i suoi polmoni riempirsi d'acqua e una gelida oscurità cadere su di lui.

    Per un po' Decumus Scotti si sentì in pace per la prima volta dopo tanto tempo. Benedì quell'oscurità. Poi sopraggiunse il dolore e avvertì se stesso tossire e sputare fuori acqua dal ventre e dai polmoni.

    Una voce disse: "Oh, accidenti! È ancora vivo?".

    Scotti non era del tutto sicuro che ciò fosse vero, nemmeno quando aprì gli occhi e vide una faccia sopra di lui. Era un argoniano, ma differente da quelli che aveva visto finora. Il suo volto era sottile e lungo, simile a una grossa lancia, le squame erano color rosso rubino e brillavano al sole. Ammiccò verso di lui, aprendo e chiudendo le palpebre in fessure verticali.

    "Immagino che adesso non dovremmo più mangiarvi, giusto?", disse la creatura sorridendo, e Scotti comprese dai suoi denti che quella non era una mera metafora.

    "Grazie", disse Scotti con un filo di voce. Sollevò leggermente la testa per vedere a chi quella creatura si stava riferendo con il termine "noi", e scoprì di trovarsi sulla sponda fangosa del fiume melmoso e immobile, attorniato da un gruppo di argoniani con altrettanti volti allungati e squame di tutti i colori dell'arcobaleno. Verde chiaro, porpora, blu e arancione, degni di gemme preziose.

    "Potreste dirmi se sono vicino a... be', a qualsiasi luogo?".

    L'argoniano rosso rubino scoppiò a ridere. "No. Siete nel bel mezzo di tutto e vicino a niente".

    "Oh", disse Scotti, che aveva ormai compreso che lo spazio non avesse molto significato nelle terre di Palude Nera. "E voi cosa siete?".

    "Siamo agaceph", rispose l'argoniano rosso rubino. "Il mio nome è Nomu".
    Scotti si presentò. "Sono un funzionario capo della Commissione Edilizia Vanech presso la Città Imperiale. Il mio incarico consisteva nel venire qui per tentare di risolvere i problemi del commercio, ma ho smarrito la mia agenda, non ho incontrato nessuno dei miei contatti, gli Archein di Gideon...".

    "Pomposi, assimilati, cleptocrati schiavisti", mormorò un piccolo agaceph giallo limone con risentimento.

    "...e adesso vorrei solo tornare a casa".

    Nomu sorrise, inarcando la sua lunga bocca con l'espressione di chi è felice di liberarsi di un ospite indesiderato. "Shehs vi guiderà".

    A quanto sembrava, Shehs era l'arcigna creaturina gialla e non sembrava affatto contenta del compito che gli era stato assegnato. Con forza sorprendente, sollevò Scotti e, per un istante, al funzionario tornò in mente quando Gemullus lo aveva gettato nella melma ribollente che conduceva all'Espresso Sotterraneo. Al contrario, Shehs spinse Scotti su una piccola zattera, sottile come la lama di un rasoio, che ondeggiava sulla superficie dell'acqua.

    "È così che viaggiate?".

    "Non abbiamo i carri malridotti e i cavalli morenti dei nostri fratelli delle terre esterne", Shehs rispose roteando i minuscoli occhi. "Non conosciamo niente di meglio".

    L'argoniano si sedette nella parte posteriore della zattera e utilizzò la coda a guisa di frusta per spingere l'imbarcazione sull'acqua. Procedevano a buona velocità, girando attorno a pozze vorticose di melma che emanavano il fetore di secoli di putrefazione, superando aguzzi pinnacoli, solidi all'apparenza ma pronti a sgretolarsi al minimo sussulto di quelle acque immobili, passando sotto ponti che un tempo potevano essere stati di metallo, ma che adesso erano solo ruggine.

    "Tutto nelle terre di Tamriel fluisce giù verso Palude Nera", disse Shehs.

    Mentre scivolavano sulle acque, Shehs spiegò a Scotti che gli agacephs erano una delle molte tribù argoniane che vivevano all'interno della provincia, nei pressi dell'hist, provando un quasi completo disinteresse nei confronti del mondo esterno. Era stato fortunato a essere stato trovato da loro. I naga, paatru simili a rospi, e gli alati sarpa lo avrebbero ucciso immediatamente.

    Vi erano anche altre creature che andavano evitate. Sebbene vivessero pochi predatori naturali nell'interno di Palude Nera, le creature che sguazzavano nella spazzatura raramente si tiravano indietro davanti a un pasto vivo. I falchi volteggiavano nel cielo, simili a quelli che Scotti aveva visto nell'ovest.

    Shehs si zittì e fermò completamente la zattera, restando in attesa di qualcosa.

    Scotti si girò nella direzione in cui stava guardando Shehs, ma non vide nulla di strano in quelle acque luride. Poi si accorse che qualcosa si stava effettivamente muovendo nella pozza di melma verde di fronte a loro, e piuttosto rapidamente per giunta, spostandosi da una sponda all'altra. Depositò piccole ossa dietro di sé strisciando fra i canneti, per poi scomparire.

    "Voriplasma", Shehs spiegò riprendendo a spingere in avanti la zattera. "Una parolone. Ti riduce a un mucchio di ossa prima che tu giunga alla seconda sillaba".

    Scotti, ansioso di distrarsi dalla vista e dal fetore circostante, pensò di rivolgere i complimenti al suo pilota per la straordinaria ricchezza del suo linguaggio. Era particolarmente sorprendente, considerato quanto lontano fossero dalla civiltà. Gli argoniani a oriente, in effetti, parlavano proprio bene.

    "Tentarono di erigere un Tempio di Mara qui vicino a Umpholo, vent'anni fa", spiegò Shehs e Scotti annuì, ricordando di aver letto qualcosa di simile sui registri prima di perderli. "Sono tutti morti in modo orribile a causa dell'aria malsana della palude durante il primo mese, ma ci hanno lasciato libri eccellenti".

    Scotti era interessato a saperne di più quando vide qualcosa di così enorme, di così terrificante, che dovette fermarsi, congelato dal terrore.

    Semisommersa nell'acqua proprio davanti a loro si ergeva una montagna di aculei, con artigli lunghi nove piedi. Occhi bianchi fissavano il vuoto, poi all'improvviso l'intera creatura si contrasse e barcollò, mentre la mandibola sporgente in fuori mostrava zanne che grondavano sangue.

    "Il Leviathan della Palude", disse Shehs con un sussurro. "Molto, molto pericoloso".

    Scotti emise un gemito, chiedendosi perché l'agaceph fosse così calmo e soprattutto perché continuava a procedere proprio in direzione della bestia.

    "Fra tutte le creature che popolano il mondo, a volte i ratti sono i peggiori", disse Shehs e Scotti si rese conto che l'imponente creatura altro non era che un involucro. Il suo movimento derivava dalle centinaia di ratti che aveva dentro e che lo stavano divorando rapidamente dall'interno, fuoriuscendo da alcuni punti della pelle.

    "Così sembra", disse Scotti e il suo pensiero volò agli appunti su Palude Nera sepolti sotto il fango e alle quattro decadi di mandato imperiale.

    I due proseguirono verso occidente attraversando il cuore di Palude Nera.

    Shehs mostrò a Scotti le complesse e vaste rovine delle capitali kothringi, i campi di felci e i prati in fiore, i tranquilli ruscelli sotto manti di muschio blu e una delle cose più incredibili che Scotti avesse mai visto... la grande foresta degli alberi hist adulti. Non videro anima viva fino a quando non arrivarono ai margini della Via di Commercio imperiale appena a est di Slough Point, dove Mailic, la guida guardiarossa di Scotti, lo attendeva pazientemente.

    "Intendevo concedervi ancora due minuti soltanto", borbottò il guardiarossa lasciando cadere i resti del suo cibo sul mucchio ai suoi piedi. "Non un minuto di più, signore".

    Il sole splendeva brillante nel cielo quando Decumus Scotti fece ingresso nella Città Imperiale, mentre la rugiada del mattino ne rifrangeva la calda luce diffondendo bagliori su ogni edificio, come se la città fosse stata lustrata a nuovo per il suo arrivo. Rimase sbalordito da quanta pulizia vi fosse e dalla sporadicità dei mendicanti.

    Il lunghissimo edificio della Commissione Edilizia Vanech era quello di sempre, tuttavia la stessa vista gli sembrava insolita e bizzarra. Non era ricoperto di fango. La gente al suo interno stava effettivamente lavorando.

    Lo stesso Lord Vanech, sebbene particolarmente tozzo e guercio, sembrava immacolato, non solo ripulito dal fango e dallo sporco, ma anche relativamente intatto. Scotti non poté fare a meno di fissarlo appena riuscì a intravederne il capo. Vanech ricambiò fissandolo a sua volta.

    "Siete proprio un bel vedere", farfugliò il piccolo uomo. "Il vostro cavallo vi ha trascinato fino a Palude Nera e riportato indietro? Vi direi di andare a casa a darvi una sistemata, ma è giunta una dozzina di persone per vedervi. Spero che abbiate delle soluzioni per loro".

    Non era un'esagerazione. Circa venti dei più potenti e danarosi cyrodilici stavano aspettando proprio lui. A Scotti venne assegnato un ufficio perfino più ampio di quello di Lord Vanech per riceverli.

    Fra i primi clienti della commissione c'erano cinque commercianti indipendenti, luccicanti e carichi d'oro, che chiesero a Scotti cosa intendesse fare per migliorare le vie di commercio. Scotti riassunse loro le condizioni delle vie principali, delle carovane di commercianti, dei ponti crollati e di ogni altro ostacolo che si poneva tra la frontiera e il mercato. Loro lo incaricarono di far riparare ogni cosa e gli consegnarono l'oro necessario per farlo.

    Nell'arco di tre mesi, il ponte presso Slough Point era scomparso nel fango, la grande carovana era andata completamente in rovina e la via principale da Gideon era stata sommersa completamente dalle acque della palude. Gli argoniani ripresero a usare le vecchie strade, le loro zattere personali e talvolta l'Espresso Sotterraneo per trasportare il grano in piccole quantità. Occorreva così un terzo del tempo, circa due settimane per arrivare a Cyrodiil, e il carico non marciva.

    L'arcivescovo di Mara fu il cliente successivo di Scotti. Un uomo caritatevole, inorridito dai racconti sulle madri argoniane che vendevano i loro figli come schiavi, chiese a Scotti se ciò fosse vero.

    "Purtroppo sì", rispose Scotti, e l'arcivescovo lo ricoprì di septim, chiedendo al contabile di far giungere del cibo nella provincia per alleviare le loro sofferenze e di migliorare le scuole per insegnare loro ad aiutare se stessi.

    Nell'arco di cinque mesi, l'ultimo libro era stato rubato dal monastero abbandonato di Mara a Umphollo. Quando gli Archein andarono in bancarotta, i loro schiavi tornarono alle modeste fattorie dai loro genitori. Gli umili argoniani si resero conto di riuscire a provvedere sufficientemente alle loro famiglie a patto di avere abbastanza lavoratori nella propria enclave e il mercato degli schiavi entrò rapidamente in declino.

    L'ambasciatore Tsleeixth, preoccupato per l'aumento della criminalità nelle regioni settentrionali di Palude Nera, portò il contributo di molti altri argoniani espatriati come lui. Essi desideravano avere molte più guardie imperiali ai confini di Slough Point, più lanterne magicamente accese lungo le strade principali a intervalli regolari, più postazioni di guardia e più scuole per permettere ai giovani argoniani di migliorarsi e di non cadere vittime del crimine.

    In sei mesi, non si videro più naga vagare per le strade, dal momento che non c'erano più mercanti da derubare. La feccia della città tornò nella fetida palude interna dove si sentiva molto più a suo agio e la loro naturale costituzione trovò giovamento nel putridume che tanto amava. Tsleeixth e i suoi consiglieri furono talmente sorpresi dalla drastica diminuzione della criminalità, che portarono con sé altro oro per Decumus Scotti raccomandandogli di continuare così.

    Palude Nera semplicemente era, è, e sempre sarà, incapace di adottare un'economia agricola su larga scala. Gli argoniani, e chiunque altro a Tamriel, potevano vivere nelle terre di Palude Nera basandosi sui prodotti della fattoria, coltivando soltanto ciò di cui avevano bisogno. Questo non era affatto triste, pensò Scotti, al contrario, era pieno di speranza.

    La soluzione di Scotti a ogni dilemma era la stessa. Il dieci per cento dell'oro che gli veniva dato andava alla Commissione Edilizia Vanech. Il resto lo tenne per sé e non fece assolutamente niente per soddisfare le richieste rivoltegli.

    In un anno, Decumus Scotti aveva accumulato abbastanza da ritirarsi a un'agiata vita privata e Palude Nera era assai meglio in quel momento di quanto non fosse stata da quaranta anni a questa parte.
     
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  3. Varil

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    Una danza nel fuoco

    Capitolo I

    di
    Waughin Jarth


    Scena: la Città Imperiale, Cyrodiil
    Data: 7 Gelata, 3E 397

    Era come se il palazzo avesse sempre ospitato la Commissione Edilizia Atrius, la società di funzionari e agenti immobiliari che autorizzava e legalizzava quasi ogni costruzione degna di rilievo nell'Impero. Esisteva da duecentocinquanta anni, fin dai tempi dell'Imperatore Magnus, un palazzo austero dalla facciata sobria, in una piazza secondaria ma decorosa nella Città Imperiale. Attivi e ambiziosi giovanotti e dame della classe media vi lavoravano insieme con altri di mezza età, calmi e appagati, come Decumus Scotti. Nessuno riusciva a immaginare un mondo senza la commissione, meno di tutti Scotti. A essere precisi, non riusciva a concepire un mondo senza lui stesso nella commissione.

    "Lord Atrius è perfettamente consapevole del vostro contributo, " disse il funzionario dirigente, chiudendo di sé il battente che delimitava l'ufficio di Scotti dietro. "Ma sapete bene che le cose sono state difficili".

    "Sì", disse Scotti, freddamente.

    "Ultimamente gli uomini di Lord Vanech ci stanno facendo una feroce concorrenza e noi dobbiamo essere più efficienti se vogliamo sopravvivere. Sfortunatamente, significa congedare alcuni dei nostri veterani migliori, che al momento mostrano un rendimento inferiore alle aspettative".

    "Capisco. Non si può evitare".

    "Sono lieto che voi comprendiate", rispose il funzionario dirigente, sorridendo lievemente e arretrando. "Vi prego di liberare immediatamente il vostro ufficio".

    Scotti intraprese il compito di organizzare tutto il suo lavoro per il suo successore. Per la maggior parte, sarebbe toccato probabilmente al giovane Imbrallius. Doveva andare così, considerò con filosofia. Il giovane sapeva come procurare nuovi affari. Scotti si chiese inutilmente cosa avrebbe fatto il ragazzo con i contratti per la nuova statua di Sant'Alessia, richiesta dal Tempio dell'Unico. Probabilmente avrebbe inventato un qualche errore d'ufficio, incolpato il suo predecessore Decumus Scotti e richiesto una spesa addizionale per la rettifica.

    "Ho della corrispondenza per Decumus Scotti della Commissione Edilizia Atrius".

    Scotti alzò lo sguardo. Un corriere dal viso grassoccio era entrato nel suo ufficio e gli stava allungando un rotolo sigillato. Consegnò un pezzo d'oro al ragazzo e lo aprì. A giudicare dalla scadente calligrafia, dall'ortografia e grammatica atroci e dallo stile assolutamente non professionale, era evidente chi ne fosse l'autore. Liodes Jurus, un funzionario che era stato suo collega alcuni anni prima e che aveva lasciato la commissione in seguito all'accusa di conduzione immorale degli affari.

    [pagebreak]
    "Caro Scotti,

    immagino che ti sia sempre chiesto cosa mi sia acaduto, e l'ultimo posto dove ti saresti aspettatto di trovarmi è fuori nei boschi. Ma è proprio cui che mi trovo. Ah ah. Se sei sveglio e vuoi accumulare tanto oro extra per Lord Atrius (e per te stesso, ah ah), ti conviene venire a Vallinwood. Se hai fatto atenzione alle notizie politiche recenti, saprai benissimo che negli ultimi due anni c'è stato un bidone di guerra fra i bosmer e i loro viccini Elswere. Le aque si sono da poco calmate e c'è un sacco che deve essere ricostruito.

    Ora ho più affari di quelli che posso gestire, ma ho bisogno qualcuno di peso, qualcuno che rapresenti un'agenzia rispettabile per mettere le cose nero su bianco. Quel qualcuno sei tu, amico mio. Ti aspeto alla Taverna di M'mma Paskos a Falinnesti, Vallinwood. Sarò qua due settimane e non te ne pentirai.

    -- Jurus

    P.S.: porta una vagonata di legname se puoi".

    [pagebreak]
    "Cosa avete lì, Scotti?", chiese una voce.

    Scotti trasalì. Era Imbrallius, con il suo volto dannatamente bello che sbirciava fra i battenti, sfoggiando quel suo sorriso incantevole capace di sciogliere i cuori dei clienti più avari e dei muratori più rozzi. Scotti si mise la lettera nella tasca della sua giacca.

    "Corrispondenza privata", disse tirando su col naso. "Libero l'ufficio fra un istante".

    "Non desidero mettervi fretta", disse Imbrallius, afferrando alcune copie di contratti in bianco dalla scrivania di Scotti. "Ne ho appena esaurita una pila, e le mani dei giovani scrivani sono doloranti per i crampi, così ho pensato che non vi sarebbe dispiaciuto privarvi di alcuni contratti".

    Il giovane scomparve. Scotti riprese la lettera e la rilesse. Rifletté riguardo alla sua vita, una cosa che faceva di rado. Sembrava un mare grigio con un muro nero insormontabile che si profilava minaccioso. Per superare quel muro c'era soltanto una soluzione. Rapidamente, prima di avere il tempo per ripensarci, afferrò una dozzina di contratti in bianco con la luccicante lamina d'oro ATRIUS COMMISSIONE EDILIZIA PER INCARICO DI SUA MAESTÀ IMPERIALE e li nascose nella borsa con i suoi effetti personali.

    Il giorno dopo iniziò la sua avventura spensierato e senza la minima esitazione. Si accordò per un posto in una carovana diretta a Valenwood, l'unico convoglio scortato per il sud-est che lasciava la Città Imperiale quella settimana. Aveva avuto poco tempo per fare i bagagli, ma si ricordò di acquistare un carro di legname.

    "Vi servirà altro oro per avere un cavallo che lo tiri", disse il capo del convoglio, aggrottando la fronte.

    "Come avevo previsto", sorrise Scotti imitando alla meglio il largo sorriso di Imbrallius.

    Dieci carri in tutto si misero in marcia quel pomeriggio attraverso la familiare campagna cyrodilica. Attraversarono campi di fiori selvatici, terreni boschivi dolcemente ondulati e incantevoli villaggi. Il rumore degli zoccoli sul selciato di pietra della strada ricordò a Scotti che era stata la Commissione Edilizia Atrius a costruirla. Cinque dei diciotto contratti necessari al suo completamento, erano stati redatti di suo pugno.

    "Molto astuto da parte vostra trasportare quel legname", disse un uomo bretone con i baffi grigi sedutogli accanto. "Dovete essere nel commercio".

    "In un certo senso", rispose Scotti, in un modo che sperava sembrasse misterioso, prima di presentarsi: "Decumus Scotti".

    "Gryf Mallon", disse l'uomo. "Sono un poeta, in realtà un traduttore dell'antica letteratura bosmer. Due anni fa stavo conducendo ricerche su alcuni fascicoli del Mnoriad Pley Bar da poco scoperti, quando scoppiò la guerra e fui costretto a partire. Senza dubbio conoscerete bene il Mnoriad, se siete al corrente del Patto Verde".

    Scotti si chiese se l'uomo stesse dicendo delle cose insensate, ma accennò con il capo.

    "Ovviamente, non voglio dire che il Mnoriad sia famoso quanto il Meh Ayleidion, o antico quanto il Dansir Gol, ma credo che sia fondamentale per comprendere la natura del pensiero merelitico bosmer. L'origine dell'avversione degli elfi dei boschi nel tagliare la propria legna o nutrirsi di parti di qualsiasi pianta, così come la loro paradossale propensione a importare vegetali da altre culture, credo sia associabile a un passaggio nel Mnoriad". Mallon iniziò a rovistare fra le sue carte, cercando il testo appropriato.

    Con grande sollievo di Scotti, di lì a poco la carrozza si fermò per allestire il campo per la notte. Si trovavano in alto su di un promontorio che sovrastava un corso d'acqua argentato. Dinanzi a loro si stendeva l'immensa vallata di Valenwood. Soltanto il grido degli uccelli marini tradiva la presenza dell'oceano nella baia occidentale: la foresta era talmente alta, estesa e aggrovigliata come un nodo ancestrale, da risultare impenetrabile. Alcuni alberi di dimensioni più modeste, alti solo centocinquanta centimetri ai rami più bassi, si ergevano sul promontorio ai margini dell'accampamento. Quella vista appariva talmente estranea, che Scotti fu sopraffatto dall'ansia all'idea di addentrarsi in un luogo selvaggio e non fu in grado di prendere sonno.

    Fortunatamente, Mallon pensò di aver incontrato un altro studioso con la passione per gli enigmi delle antiche culture. A lungo durante la notte, recitò versi bosmer nella versione originale e in quella da lui tradotta, gemendo e sbraitando e sussurrando ovunque fosse appropriato. Poco alla volta, Scotti iniziò a sentirsi assonnato, ma lo schiocco secco e improvviso del legno che si spezzava, lo fece scattare a sedere.

    "Cosa è stato?".

    Mallon sorrise: "Piace anche a me". "Convocazione nella malvagità dello specchio senza luna, una danza nel fuoco...".

    "Ci sono uccelli enormi in movimento sulle cime degli alberi", sussurrò Scotti, indicando in direzione delle scure ombre sovrastanti.

    "Non ci farei troppo caso", disse Mallon, irritato con il suo ascoltatore. "Adesso sentite come il poeta definisce l'invocazione di Herma-Mora nella diciottesima strofa del quarto libro".

    Alcune delle ombre scure sugli alberi erano appollaiate come uccelli, altre strisciavano come serpenti e altre ancora si ergevano come uomini. Mentre Mallon recitava i suoi versi, Scotti osservò le figure che saltavano silenziosamente di ramo in ramo, quasi planando attraverso distanze impossibili per ogni essere privo di ali. Si raccoglievano in gruppi e si riorganizzavano per poi spargersi su ogni albero intorno all'accampamento. Improvvisamente si lanciarono in picchiata.

    "Mara!", gridò Scotti. "Stanno cadendo come pioggia!".

    "Forse baccelli di semi", disse Mallon, scrollando le spalle senza guardarsi intorno. "Alcuni alberi hanno notevoli...".

    Nel campo esplose il caos. Sui carri divamparono incendi, i cavalli nitrirono sotto i colpi letali, botti di vino, di acqua fresca e di liquore si riversarono sul terreno. Un'ombra agile superò velocemente Scotti e Mallon, raccogliendo sacchi di grano e oro con incredibile grazia e destrezza. Scotti riuscì ad adocchiarla a malapena, illuminata da un'improvvisa fiammata nelle vicinanze. Era una creatura dal pelo lucente con orecchie appuntite, grandi occhi gialli, la pelliccia maculata e la coda simile a una frusta.

    "Un lupo mannaro", gridò arretrando.

    "Cathay-raht", gemette Mallon. "Molto peggio. Parenti dei khajiiti o qualcosa del genere, venuti per saccheggiarci".

    "Ne siete sicuro?".

    Con la stessa rapidità con cui avevano colpito, le creature si ritirarono, tuffandosi dal promontorio prima che il mago guerriero e il cavaliere di scorta alla carovana, avessero il tempo di svegliarsi. Mallon e Scotti corsero verso il precipizio e videro, un centinaio di piedi più in basso, le sottili figure schizzare fuori dall'acqua, scuotersi e scomparire nel bosco.


    "I lupi mannari non sono così acrobatici", osservò Mallon. "Erano decisamente cathay-raht. Ladri bastardi. Grazie a Stendarr non si sono resi conto del valore dei miei taccuini. Non è stata una totale perdita".
     
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  4. Varil

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    Una danza nel fuoco
    Capitolo 2



    di
    Waughin Jarth


    Fu una perdita completa. In appena pochi minuti, i cathay-raht avevano rubato o distrutto quasi tutti gli oggetti di valore trovati sui carri della carovana. Il carico di legname che Decumus Scotti aveva sperato di commerciare con il bosmer era stato dato alle fiamme e poi fatto rotolare giù dal dirupo. I suoi abiti e i contratti erano stati strappati e gettati a terra nella fanghiglia che si era formata dalla sporcizia unita al vino versato. Tutti i pellegrini, i mercanti e gli avventurieri del gruppo si disperavano e piangevano, tentando di raccogliere quel poco che restava dei loro averi, nella luce del primo sole dell'alba.

    "Meglio che non dica a nessuno che sono riuscito a conservare i miei appunti per la traduzione del Mnoriad Pley Bar", sussurrò il poeta Gryf Mallon. "Se la prenderebbero con me, probabilmente".

    Scotti cortesemente evitò di dire a Mallon quanto poco valore lui stesso attribuisse alla proprietà del poeta. Invece, si mise a contare le monete rimaste nella sua borsa. Trentaquattro pezzi d'oro. Assai poco per un imprenditore che intendeva avviare nuovi affari.

    "Oh!", si udì un grido provenire dal bosco. Un piccolo gruppo di bosmer emerse dal boschetto con indosso una cotta di pelle e impugnando delle armi. "Amici o nemici?".

    "Nessuno dei due", brontolò il capofila.

    "Dovete essere i cyrodilici", disse ridendo il capo del gruppo, un giovane alto, dalla corporatura scheletrica con un volto acuto dai lineamenti volpini. "Avevamo sentito che vi eravate messi in viaggio. Evidentemente, altrettanto hanno fatto i nostri nemici".

    "Pensavo che la guerra fosse ormai finita", balbettò uno dei mercanti della carovana, ormai rovinati.

    Il bosmer rise di nuovo: "Non c'è stata alcuna azione di guerra. Solo una piccola scorreria sul confine. Siete diretti a Falinesti?".

    "Non io", replicò il capo carovana scuotendo la testa. "Per quanto mi riguarda, il mio dovere è compiuto. Niente più cavalli, né carovana. Mi rimane solo un grossa perdita di profitto".

    Uomini e donne si radunarono attorno all'uomo, protestando, minacciando e implorando, ma lui si rifiutò di mettere piede nel Valenwood. "Se questi sono i nuovi tempi di pace", disse, "allora preferisco tornare quando scoppierà la prossima guerra".

    Scotti tentò con un diverso approccio e si avvicinò al bosmer. Gli parlò con tono autoritario ma amichevole al tempo stesso, il tono che era solito usare per trattare con gli stizzosi carpentieri: "Non credo che abbiate considerato di scortare me fino a Falinesti. Rappresento un'importante agenzia imperiale, la Commissione Edilizia Atrius, e sono qui per porre rimedio ai problemi causati alla vostra provincia dalla guerra contro i khajiiti. Patriottismo...".

    "Venti pezzi d'oro e dovrete trasportare voi il vostro carico, se ne avete ancora", rispose il bosmer.

    Scotti rifletté che perfino le trattative con gli irascibili falegnami raramente avevano avuto un simile esito.

    Sei ansiosi individui avevano con sé denaro sufficiente per pagare. Tra di loro, senza un soldo, si trovava il poeta, che contava sull'aiuto di Scotti.

    "Mi dispiace, Gryf, ma mi restano soltanto quattordici pezzi d'oro. Non sono sufficienti nemmeno per prendere una camera decente al mio arrivo a Falinesti. Vi aiuterei molto volentieri, se solo potessi", disse Scotti cercando di convincersi che quella era la verità.

    Il gruppo dei sei e la loro scorta bosmer iniziarono la discesa del dirupo percorrendo un sentiero roccioso. Nell'arco di un'ora, si ritrovarono immersi nella giungla di Valenwood. Una volta interminabile di varie tonalità dal marrone al verde oscurava il cielo. Interi millenni di foglie cadute dagli alberi avevano formato un profondo, viscido mare marcescente sotto i loro piedi. Percorsero parecchie miglia vagando in quella putrida melma. Per molte altre ancora, percorsero un tortuoso sentiero attraverso i rami caduti a terra e quelli rivolti verso il basso degli alberi giganti.

    Lungo quel percorso, ora dopo ora, gli instancabili bosmer procedevano così rapidamente, che i cyrodilici a fatica riuscivano a mantenere il passo. Un piccolo mercante dal volto rosso e dalle gambe corte inciampò in un ramo marcio e per poco non cadde. I suoi compaesani dovettero aiutarlo a rimanere in piedi. I bosmer si fermarono solo un momento, con lo sguardo sempre rivolto verso le zone oscure tra gli alberi, prima di riprendere il cammino con il solito passo spedito.

    "Perché sono così nervosi?", sbottò il mercante irritato. "Ancora cathay-raht?".

    "Non siate ridicolo", disse ridendo il bosmer con tono poco convincente. "Dei khajiiti inoltrati tanto in profondità nel Valenwood? In tempi di pace? Non oserebbero mai".

    Quando il gruppo si fu allontanato a sufficienza dalla palude e il terribile fetore sembrava in parte svanito, Scotti avvertì un improvviso morso della fame. Era abituato ad assumere quattro pasti al giorno, secondo il costume dei cyrodilici. Ore e ore di ininterrotta attività senza mangiare non facevano parte del suo tenore di funzionario ben pagato. Provò a immaginare, come in una sorta di delirio, quanto ancora avrebbero camminato attraverso la giungla. Dodici ore? Venti? Una settimana? Il tempo non aveva più alcun significato. La luce del sole filtrava a malapena attraverso il soffitto di vegetazione. Le sagome fosforescenti sugli alberi e nella melma ai loro piedi costituivano l'unica costante fonte d'illuminazione.

    "Sarebbe possibile per noi riposare e mangiare?", gridò alla loro guida in testa alla fila.

    "Siamo vicini a Falinesti ", echeggiò la risposta. "Cibo in quantità lì".

    Il sentiero proseguì in salita ancora per diverse ore attraverso un intrico di tronchi caduti, salendo fino al primo e in seguito al secondo livello dei rami degli alberi. Appena ebbero percorso un lungo tratto curvo, si ritrovarono a metà di una cascata che precipitava in basso per un centinaio di piedi o forse più. Nessuno aveva più forze sufficienti per protestare, quando iniziarono a spostare i mucchi di pietre, in agonia passo dopo passo. La scorta dei bosmer scomparve nella nebbia della cascata, ma Scotti continuò ad arrampicarsi fino a che non vi fu più alcuna roccia. Si pulì il sudore e l'acqua del fiume dagli occhi.

    Falinesti si stagliava all'orizzonte davanti a lui. A cavallo su entrambe le sponde del fiume si ergeva la potente città della quercia-graht, con boschi e frutteti di alberi di minori dimensioni a circondarla come sudditi che acclamano il loro re. Già in scala ridotta, l'albero che costituiva la città semovente sarebbe stato straordinario: contorto e nodoso, adorno di una splendida ghirlanda di tonalità oro e verde, traboccante di tralci e coperto di linfa scintillante. Alto un miglio e largo una volta e mezzo la sua altezza, era la cosa più maestosa che Scotti avesse mai visto. E se lui non fosse stato un uomo terribilmente affamato con uno spirito da funzionario, avrebbe iniziato a cantare.

    "Eccovi giunto", disse il capo scorta. "Non è troppo lontano. Dovreste essere lieto di essere in inverno. In estate, la città si sposta verso l'estremità sud della provincia".

    Scotti non aveva la minima idea di come procedere. La vista di quella metropoli verticale dove le persone brulicavano come formiche sconvolgeva i suoi sensi.

    "Sapete forse qualcosa di una locanda chiamata", fece una breve pausa, poi estrasse dalla tasca la lettera di Jurus. "Qualcosa come la Locanda di Mamma Paskos?".

    "Mamma Pascost?", disse il capo dei bosmer con la sua solita sonora risata. "Non vorrete fermarvi lì? I visitatori preferiscono sempre il Palazzo di Aysia sui rami più alti. È costoso, ma molto raffinato".

    "Devo incontrare qualcuno alla Locanda di Mamma Pascost".

    "Se così avete deciso, prendete un elevatore per Havel Slump e là chiedete indicazioni. Solo badate a non perdervi e non addormentatevi presso l'incrocio occidentale".

    Apparentemente quella parve una geniale battuta alle orecchie dei compagni del giovane. Così Scotti s'inoltrò attraverso il contorto sistema di radici della base di Falinesti con le loro sonore risate che riecheggiavano alle sue spalle. Il suolo era ricoperto di foglie e di rifiuti. A ogni istante un bicchiere o un osso piombavano giù dall'alto, tanto che fu costretto a camminare col collo piegato per stare attento. Una rete intricata di piattaforme fissate a spesse liane scivolavano su e giù lungo il tronco levigato della città, con perfetta armonia di movimenti, manovrate da operai con braccia grosse come il ventre di un bue. Scotti si avvicinò all'individuo più vicino a una delle piattaforme, che stava fumando pigramente da una pipa di vetro.

    "Mi chiedevo se potreste portarmi a Havel Slump".

    L'elfo annuì e in pochi minuti, Scotti si ritrovò a duecento piedi d'altezza in un incavo tra due imponenti rami. Un folto intrico di muschi si estendeva irregolarmente attraverso quella biforcazione, formando un tetto comune per diverse dozzine di piccole costruzioni. C'erano solo pochi individui nel viale, ma da dietro l'angolo dinnanzi a lui, poteva udire musica e voci di persone. Scotti pagò il manovratore della piattaforma di Falinesti con un pezzo d'oro e chiese indicazioni per la Locanda di Mamma Pascost.

    "Proprio dinnanzi a voi, signore, ma non vi troverete nessuno", spiegò il traghettatore, indicando in direzione del rumore. "Per Morndas tutti festeggiano a Havel Slump".

    Scotti percorse con cautela lo stretto sentiero. Sebbene il suolo avesse la consistenza del marmo dei viali della Città Imperiale, c'erano alcune fessure scivolose nella corteccia che potevano causare cadute fatali nel fiume. Si soffermò un momento, sedendosi per riposare e abituarsi alla vista dall'alto. Era senz'ombra di dubbio una bella giornata, ma a Scotti furono sufficienti solo pochi minuti di contemplazione per balzare in piedi allarmato. Una minuscola zattera ancorata a valle sotto di lui si era distintamente mossa di parecchi centimetri mentre la osservava. Tuttavia, non era in effetti la zattera a essersi mossa. Lui si era mosso. Insieme a tutto ciò che lo circondava. Non era una metafora: la città di Falinesti camminava davvero. E, considerando le sue imponenti dimensioni, si muoveva piuttosto rapidamente.

    Scotti si sollevò in piedi avvolto dalla nuvola di fumo proveniente da dietro l'angolo. Era l'aroma di carne arrosto più delizioso che avesse mai sentito. Il funzionario dimenticò i suoi timori e si mise a correre.

    I "festeggiamenti", come li aveva chiamati il suo traghettatore, avevano luogo su un'enorme piattaforma legata all'albero, grande quasi quanto una piazza di una comune città. Un fantastico assortimento di individui dall'aspetto più bizzarro che Scotti avesse mai visto era raccolta gomito a gomito, molti mangiavano, ancor più bevevano e alcuni danzavano alle note di un liuto e di un cantante appollaiati su una sporgenza sopra la folla. Erano per lo più bosmer, genuini abitanti locali in abiti colorati realizzati in pelle e ossa, uniti a una ristretta minoranza di orchi. Piroettando fra la folla, danzando e urlando tra loro c'era anche un gruppo di rivoltanti uomini scimmia. Alcune teste che svettavano fra la moltitudine non appartenevano, come dedusse Scotti, a persone molto alte, ma a una famiglia di centauri.

    "Gradite del montone?", chiese un vecchio elfo rugoso che stava arrostendo un enorme animale su alcune rocce roventi.

    Scotti rapidamente gli diede un pezzo d'oro e divorò la zampa che ricevette in cambio. Quindi un altro pezzo d'oro e ancora un'altra zampa. L'individuo ridacchiò notando che Scotti stava soffocando con un pezzo di cartilagine e gli porse un boccale colmo di una spumosa bevanda bianca. La bevve e avvertì un brivido percorrere il suo corpo come una sorta di formicolio.

    "Che cos'è?", chiese Scotti.

    "Jagga. Latte di maiale fermentato. Ve ne darò una brocca e dell'altro montone per un altro pezzo d'oro.

    Scotti accettò, pagò, divorò la carne e portò il fiasco con sé mentre scivolava fra la folla. Non c'era traccia del suo collaboratore Liodes Jurus, l'uomo che gli aveva chiesto di recarsi nel Valenwood. Dopo aver svuotato per un quarto la sua brocca, Scotti smise di cercare Jurus. Dopo averne bevuto metà del contenuto, iniziò a ballare con la folla, ignorando i buchi e le fratture nel tavolato del pavimento. Quando ne ebbe bevuto tre quarti, prese a scambiarsi barzellette con un gruppo di creature che parlavano una lingua a lui completamente sconosciuta. Quando in fine la brocca fu completamente vuota, si addormentò russando, mentre i festeggiamenti proseguirono intorno al suo corpo supino.

    Il mattino successivo, mentre era ancora addormentato, Scotti ebbe la sensazione che qualcuno lo stesse baciando. Stava preparandosi a ricambiare quel favore, quando avvertì un fuoco bruciare nel suo petto tale da costringerlo ad aprire gli occhi. C'era un insetto delle dimensioni di un vitello posato su di lui che lo schiacciava con il suo peso e lo tratteneva a terra con le zampe spinose, mentre una bocca simile a un vortice di lame stava lacerando la sua camicia. Urlò e si ribellò ma la bestia era troppo forte. Aveva trovato il suo pasto e si apprestava a consumarlo.

    È finita, pensò Scotti in preda al terrore, non avrei mai dovuto andarmene di casa. Dovevo rimanere in città e trovare lavoro magari presso Lord Vanech. Potevo ricominciare come un giovane contabile e rifare tutto da capo.

    Improvvisamente la bocca mollò la presa. La creatura ebbe un fremito, sputò un fiotto di bile gialla e morì.

    "Ne ho preso uno!", gridò una voce, non troppo distante da lui.

    Per un istante, Scotti rimase disteso. La sua testa pulsava e il torace gli bruciava terribilmente. Con la coda dell'occhio intravide un movimento. Un altro di quei terribili mostri si era scagliato verso di lui. Si mosse in fretta nel tentativo di liberarsi, ma prima che potesse uscirne, udì il rumore di un arco che si fletteva e una freccia trapassò il secondo insetto.

    "Bel tiro!", gridò un'altra voce. "Colpisci ancora il primo! L'ho appena visto muoversi un po'!".

    Questa volta, Scotti udì l'impatto del dardo sulla carcassa. Gridò, ma avvertì la sua voce notevolmente attutita dal corpo dello scarafaggio. Con attenzione, tentò di far scivolare un piede fuori e di strisciare via, ma evidentemente questo movimento ebbe l'effetto di convincere gli arcieri che la creatura fosse ancora viva. Piovve una vera e propria scarica di frecce. Ora la bestia era stata trafitta abbastanza, tanto che fiotti di sangue, probabilmente quello delle sue vittime, iniziarono a ricolare sul corpo di Scotti.

    Quando Scotti era un ragazzo, prima di diventare troppo sofisticato per tali attività sportive, si recava spesso all'arena imperiale per le competizioni di guerra. Gli tornò alla mente un veterano della lotta che a una sua domanda gli rivelò il suo segreto: "Quando sono in dubbio sul da farsi, e ho uno scudo con me , nel frattempo lo uso per ripararmi".

    Scotti seguì quel consiglio. Dopo un'ora, quando non udì più il sibilare di frecce scagliate, gettò da un lato i resti dell'insetto e si alzò in piedi più in fretta che poté. Non ne ebbe quasi il tempo. Una banda di otto arcieri aveva puntato gli archi nella sua direzione, pronti a far fuoco. Quando lo videro, si misero a ridere.

    "Non vi ha mai detto nessuno di non addormentarvi presso l'incrocio occidentale?". Come potremo mai riuscire a sterminare tutti gli hoarvor se voi ubriaconi continuate a nutrirli?".

    Scotti scosse la testa e tornò sulla piattaforma, girò l'angolo e si diresse verso Havel Slump. Era insanguinato, ferito, stanco e aveva bevuto decisamente troppo latte di maiale fermentato. Tutto ciò che desiderava era un luogo dove potersi stendere. Entrò nella Locanda di Mamma Pascost, un luogo fetido e umido di linfa, con un intenso fetore di muffa.

    "Il mio nome è Decumus Scotti", disse. "Speravo che ospitaste un certo Jurus qui".

    "Decumus Scotti?", ripeté pensierosa la proprietaria, Mamma Pascost in persona. "Questo nome non mi è nuovo. Oh, ma voi dovete essere il tizio per cui ha lasciato un messaggio. Lasciate che vada a controllare".
     
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  5. Varil

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    Una danza nel fuoco
    Capitolo 3


    di
    Waughin Jarth


    Mamma Pascost scomparve in quel lurido buco che costituiva la sua taverna e riemerse un momento dopo portando un pezzo di carta con i familiari scarabocchi illeggibili di Liodes Jurus. Decumus Scotti lo lesse, sostenendolo in modo che fosse illuminato da un raggio di sole che era riuscito a penetrare tra gli enormi rami della città albero.

    "Scotti,
    dunque siete giunto a Falinesti, nel Valenwood! Congratulazioni! Sono certo che sia stata un'aventura. Sfortunatamente, io non sono più in zona come avrete indovinato. Mi trovo una città in fondo al fiumme chiamata Athie. Prendete una barca e ragiungetemi! È l'ideale! Spero che abbiate portato un sacco di contratti, perché questa gente ha bisogno di un sacco di costruzioni. Erano vicini alla guerra, ma non cossì vicini da no avere più un soldo per pagare. Ah ah. Incontriamoci qui il prima possibile.
    Jurus"

    Scotti considerò che Jurus aveva lasciato Falinesti per recarsi in un luogo chiamato Athie. Comunque, considerando la pessima calligrafia e l'orrenda ortografia del suo corrispondente, avrebbe potuto ugualmente chiamarsi Athy, Aphy, Othry, Imthri, Urtha o Krakamaka. Scotti sapeva che la cosa migliore da fare era concludere quell'avventura e trovare un modo per tornare alla Città Imperiale. Non era un mercenario con la vocazione per il pericolo. Era, o almeno era stato, un capo contabile presso una commissione edilizia privata di discreto successo. Nel corso delle ultime settimane, era stato derubato dai cathay-raht e coinvolto in una marcia letale attraverso la giungla al seguito di un gruppo di Bosmer che ridevano in continuazione. Era stato sul punto di morire di fame, drogato con latte di maiale fermentato, quasi divorato da una sorta di zecca gigante e attaccato da alcuni arcieri. Era lurido, esausto e possedeva, secondo i suoi calcoli, soltanto dieci pezzi d'oro. E ora l'uomo che lo aveva convinto a spingersi tanto in profondità nella miseria, nemmeno si trovava là. Sarebbe stato tanto ragionevole quanto conveniente abbandonare completamente l'impresa.

    E tuttavia, una voce, debole ma ben distinta, nella sua testa gli diceva che era stato scelto. Non poteva fare altro che terminare ciò che aveva iniziato.

    Scotti si rivolse alla robusta donna anziana, Mamma Pascost, che lo stava scrutando incuriosita: "Mi chiedevo se conoscete per caso un villaggio sfiorato dal recente conflitto con Elsweyr. Si chiama Ath-ie, o qualcosa del genere?".

    "Intendete dire Athay", disse sogghignando. "Mio figlio mezzano, Viglil, gestisce una latteria laggiù. Luogo stupendo, proprio sul fiume. È là che si è recato il vostro amico?".

    "Sì", disse Scotti. "Potete indicarmi la via più breve per arrivarci?".

    Dopo una breve conversazione, un ancor più breve percorso sulle piattaforme mobili verso le radici di Falinesti, e una corsa verso la sponda del fiume, Scotti si ritrovò a negoziare un passaggio con un enorme bosmer dai capelli biondi con la faccia che somigliava a una carpa sottaceto. Si faceva chiamare Capitan Balfix, ma persino Scotti, avvezzo a una vita agiata, lo riconobbe per ciò che era. Un ex pirata mercenario, certamente un contrabbandiere e forse peggio. La sua nave, ovviamente rubata in tempi lontani, era una malridotta corvetta imperiale.

    "Cinquanta pezzi d'oro e saremo ad Athay in due giorni", tuonò Capitan Balfix con fare espansivo.

    "Io ho solo dieci, anzi no, perdonatemi, nove pezzi d'oro", replicò Scotti e sentendo il bisogno di giustificarsi aggiunse, "Erano dieci, ma ne ho dato uno al manovratore della piattaforma per arrivare fin qui".

    "Nove possono bastare", disse il capitano accondiscendente. "A dire la verità, sarei andato ad Athay che mi aveste pagato o no. Mettetevi a vostro agio sulla barca, partiremo fra pochi minuti soltanto".

    Decumus Scotti salì a bordo di quel vascello, che affondava di molto nelle acque del fiume sotto il peso delle casse e dei sacchi stipati nella stiva e nella cambusa fino a riversarsi sul ponte. Ciascuno era contrassegnato da scritte che indicavano i più innocui contenuti: cascami di rame, lardo, inchiostro, farina di High Rock (con il marchio "Per bestiame"), catrame, gelatina di pesce. L'immaginazione di Scotti vacillò nel tentativo d'indovinare che razza di merci illegali si trovasse realmente a bordo.

    Capitan Balfix impiegò ben più di qualche minuto per stivare il resto del suo carico, ma in capo a un'ora, l'ancora fu levata e iniziarono a navigare lungo il fiume alla volta di Athay. L'acqua dalle tonalità verdi e grigiastre era a malapena increspata, sfiorata solamente da una dolce brezza. Una vegetazione lussureggiante riempiva le sponde, celando alla vista tutti gli animali che ruggivano ed echeggiavano ovunque nella foresta. Cullato dalla serenità che lo circondava, Scotti scivolò lentamente nel sonno.

    Si risvegliò nella notte e accettò con gratitudine i vestiti puliti e il cibo offertogli da Capitan Balfix.

    "Perché vi recate ad Athay, se posso permettermi di chiederlo?", si informò il bosmer.

    "Devo incontrarvi un mio ex collega. Mi ha chiesto di recarmi sul posto, dalla Città Imperiale dove lavoro presso la Commissione Edilizia Atrius, per negoziare alcuni contratti", rispose Scotti dando un altro morso a una delle salsicce essiccate che condividevano per cena. Intendiamo riparare e restaurare qualsiasi ponte, strada o struttura di altro genere, che abbia subito danni nella recente guerra con i khajiiti".

    "Sono stati due anni alquanto duri", disse il capitano annuendo. "Sebbene vantaggiosi per me e per persone come voi e il vostro amico. Le vie commerciali sono state interrotte. Ora si dice che ci sarà una guerra con le Isole di Summerset, ne avete sentito parlare?".

    Scotti fece cenno di no.

    "Ho fatto la mia parte con il contrabbando di skooma lungo la costa, perfino aiutando alcuni rivoluzionari a sfuggire all'ira di Mane, ma al momento la guerra ha fatto di me un commerciante legale, un uomo d'affari. Le prime vittime della guerra sono sempre i corrotti".

    Scotti comunicò il suo dispiacere e rimasero in silenzio a osservare il riflesso delle stelle e delle lune sulla superficie immobile dell'acqua. Il giorno seguente al risveglio, Scotti trovò il capitano avvolto nella sua vela, annebbiato dai fumi dell'alcol, che cantava a bassa voce, farfugliando. Quando vide Scotti alzarsi gli porse la sua caraffa di jagga.

    "Ho imparato la lezione durante i festeggiamenti all'incrocio occidentale".

    Il capitano rise rumorosamente per poi scoppiare in lacrime, "Non voglio essere legale. Altri pirati di mia conoscenza stanno ancora saccheggiando, rubando, contrabbandando e vendendo come schiavi bravi individui come voi. Vi giuro, la prima volta che mi sono ritrovato a trasportare un carico di merce legale non avrei mai pensato che la mia vita avrebbe preso questa piega. Oh, so bene, che potrei tornare indietro, ma Baan Dar sa ciò che ho visto. Sono un uomo rovinato".

    Scotti aiutò l'uomo in lacrime a liberarsi dalla vela, mormorandogli parole confortanti. Poi aggiunse, "Perdonatemi se cambio argomento, ma dove ci troviamo adesso?".

    "Oh", si lamentò miseramente Capitan Balfix. "Abbiamo impiegato poco tempo. Athay è giusto là dietro quell'ansa del fiume".

    "Be', a quanto pare sta andando a fuoco", disse Scotti indicando.

    Un lungo pennacchio di fumo nero come la pece si innalzava sugli alberi. Mentre percorsero lentamente la curva del fiume, trasportati dalla corrente, videro le fiamme e i resti scheletrici e anneriti del villaggio. Gli abitanti a fuoco si gettavano dalle rocce nel fiume. Un'assordante cacofonia di lamenti disperati giunse alle loro orecchie e riuscirono a scorgere le figure dei soldati khajiiti vagare ai margini del villaggio con in mano delle torce.

    "Che Baan Dar mi benedica!", balbettò il capitano. "La guerra è iniziata di nuovo!".

    "Oh, no", gemette Scotti.

    La corvetta scivolò sulla corrente verso la sponda opposta alla città in rovina. Scotti si volse in quella direzione, riconoscendola come un santuario. Un'oasi di pace, lontana dagli orrori. Si udì un frusciare di foglie provenire da un paio d'alberi e una dozzina di snelli khajiiti piombò a terra, armata di archi.

    "Ci hanno visto", sussurrò Scotti. "E hanno anche degli archi!".

    "Be', certo che hanno degli archi", ringhiò Capitan Balfix. "Noi bosmer avremo anche inventato quelle dannate armi, ma di certo non le abbiamo mantenute segrete, dannato burocrate".

    "Stanno appiccando le frecce!".

    "Sì, a volte lo fanno".

    "Capitano, stanno mirando su di noi! Ci scagliano contro frecce infuocate!".

    "Ah, così sembra", convenne il capitano. "Il mio scopo è evitare di esser colpiti".

    Ma colpiti furono e in brevissimo tempo. Come se non bastasse, il secondo lancio di frecce colpì il carico di pece, che s'incendiò con una terribile fiammata blu. Scotti afferrò Capitan Balfix e si gettarono in acqua prima che la nave e tutto il suo carico si disintegrassero. L'impatto con l'acqua fredda restituì al bosmer una temporanea sobrietà. Chiamò Scotti, che stava già nuotando il più veloce possibile verso l'ansa del fiume.

    "Padron Scotti, dove pensate di arrivare a nuoto?".

    "Indietro a Falinesti!", gridò Scotti.

    "Vi occorrerebbero diversi giorni e quando sarete arrivato ormai tutti avranno saputo dell'attacco ad Athay! Non lasceranno entrare nessuno che non conoscono! Il paese più vicino a valle lungo il fiume è Grenos, forse là ci offriranno riparo!".

    Scotti tornò verso il capitano e fianco a fianco iniziarono a procedere tenendosi al centro del fiume, lasciando alle loro spalle i resti ardenti del villaggio. Ringraziò Mara di aver imparato a nuotare. Molti cyrodilici non ne erano capaci, vivendo in una regione prevalentemente terrena, qual era la provincia imperiale. Se fosse cresciuto a Mir Corrup o Artemon, sarebbe stato spacciato, ma la Città Imperiale stessa era circondata dall'acqua e tutti i bambini sapevano come attraversarla anche senza barca. Persino quelli educati per essere dei semplici contabili, non solo gli avventurieri.

    La sobrietà del Capitano Balfix tornò a offuscarsi non appena si abituò alla temperatura dell'acqua. Anche durante l'inverno, la temperatura del fiume Xylo era abbastanza mite e dopo il primo impatto, perfino piacevole. Le bracciate del bosmer si fecero irregolari, si avvicinava e si allontanava da Scotti, talvolta superandolo per poi restare indietro.

    Scotti guardò verso la sponda alla sua destra: le fiamme avevano incendiato gli alberi come fiammiferi. Dietro di loro era un vero inferno, dal quale riuscivano a stento a tenersi a distanza. Sulla sponda a sinistra, tutto sembrava tranquillo, finché vide un fremito fra i canneti del fiume e ciò che l'aveva causato. Un branco tra i felini più grandi che avesse mai visto. Erano bestie dal pelo castano con occhi verdi e con fauci con enormi paragonabili ai mostri dei suoi incubi peggiori. E osservavano i due nuotatori, rimanendo al passo.

    "Capitan Balfix, non possiamo dirigerci né verso una sponda né verso l'altra, altrimenti saremmo cotti o divorati", sussurrò Scotti. "Provate a battere i piedi e a nuotare in maniera più regolare. Respirate normalmente. Se siete stanco, ditemelo e galleggeremo sul dorso per un po'".

    Chiunque abbia provato a dare consigli ragionevoli a un ubriacone avrà sperimentato la stessa disperazione. Scotti rimase al passo con il capitano, rallentando, accelerando, spostandosi a destra e a sinistra, mentre il bosmer farneticava sul suo passato di pirata. Quando non badava al suo compagno, teneva d'occhio i felini sulla sponda. Dopo un tratto rettilineo, si volse a destra. Un altro villaggio era in fiamme. Senza dubbio, doveva trattarsi di Grenos. Scotti osservò la furia delle fiamme, sgomento alla vista di quella devastazione e non si accorse che il capitano aveva smesso di cantare.

    Quando si volse di nuovo, Capitan Balfix non c'era più.

    Scotti si immerse ripetutamente nelle torbide profondità del fiume, ma non ci fu nulla da fare. Quando tornò in superficie dopo l'ultimo tentativo, vide che i felini giganti avevano proseguito oltre, forse presumendo che anche lui fosse annegato. Riprese la sua nuotata solitaria sulla corrente del fiume. Notò che un affluente aveva formato un'ultima barriera, evitando che le fiamme si diffondessero oltre, ma non c'erano più città. Dopo molte ore, iniziò a considerare l'ipotesi di tornare a riva. Ma quale, quello era il punto.

    Non vi fu bisogno di decidere. Davanti a lui si ergeva un'isola rocciosa con un falò. Non sapeva se si sarebbe ritrovato in mezzo a un gruppo di bosmer o di khajiiti. Di una sola cosa era certo, non poteva nuotare oltre. Con i muscoli tesi e doloranti, si trascinò sulle rocce.

    Comprese che si trattava di un gruppo di profughi bosmer, prima ancora che gli venisse detto. Sul fuoco stavano arrostendo i resti di uno dei felini giganti che lo avevano perseguitato attraverso la giungla sulla sponda opposta.

    "Senche-tiger", disse fieramente uno dei giovani guerrieri. "Non è un animale... è scaltro come qualsiasi cathay-raht o ohmes o come gli altri maledetti khajiiti. Peccato che questo sia annegato. Lo avrei volentieri ucciso. La sua carne vi piacerà. È dolce, con tutto lo zucchero che questi bastardi si mangiano".

    Scotti non sapeva se sarebbe riuscito a mangiare una creatura intelligente come un uomo o un elfo, ma si sorprese, come spesso gli era accaduto negli ultimi giorni. Era gustosa, succulenta e dolce. Sembrava poco zuccherata, solo che non era stata aggiunta alcuna spezia. Scrutò il gruppo mentre mangiava. Un gruppo triste, alcuni piangevano ancora la perdita dei membri delle loro famiglie. Erano i sopravvissuti di entrambi i villaggi di Grenos e Athay, e non facevano altro che parlare di guerra. Perché i khajiiti avevano attaccato di nuovo? Perché... rivolti soprattutto a Scotti, in quanto cyrodilico... perché l'imperatore non faceva nulla per riportare la pace nelle sue province?

    "Dovevo incontrare un altro cyrodilico", disse a una donna bosmer che sembrava provenire da Athay. "Si chiamava Liodes Jurus. Immagino non sappiate cosa ne sia stato di lui".

    "Non conosco il vostro amico, ma c'erano molti cyrodilici ad Athay quando divampò l'incendio", disse la ragazza. "Alcuni di loro, penso se ne andarono rapidamente. Erano diretti a Vindisi, all'interno, nella giungla. Vi andrò domani e così faranno molti di noi. Se volete, potete venire anche voi".

    Decumus Scotti annuì solennemente. Si accomodò alla meglio sul terreno roccioso dell'isola fluviale e, in qualche modo, dopo tanta fatica, si addormentò. Ma non dormì bene.
     
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  6. f5f9

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    e assai più bravo e immaginifico.
    punto.
    ma, soprattutto, è di una densità narrativa da paura, nei suoi lavori migliori, se fate caso, in due righe c'è il materiale con cui altri scriverebbero un lungo tomo, è il vero Dio della Sintesi
    :emoji_fearful:....adesso che ci penso...è praticamente il contrario di me :emoji_confounded:
     
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  7. alaris

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    Vero...
     
  8. Varil

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    Una danza nel fuoco

    Capitolo 4

    di
    Waughin Jarth



    Diciotto bosmer e un cyrodilico, ex capo contabile della commissione edilizia imperiale, si trascinarono a fatica attraverso la giungla verso occidente, dalla sponda del fiume Xylo verso l'antico villaggio di Vindisi. Per Decumus Scotti la giungla era un ambiente ostile e sconosciuto. Gli imponenti alberi contorti oscuravano quasi completamente la brillante luce del mattino, simili ad artigli minacciosi tesi a ostacolare il loro incedere. Persino le fronde delle piante più basse parevano fremere di energia maligna. Per di più, non era l'unico del gruppo in preda all'ansia. I suoi compagni di viaggio, i nativi sopravvissuti all'assalto dei khajiiti nei villaggi di Grenos e Athay, mostravano espressioni di palese terrore.

    C'era qualcosa di senziente in quella giungla, e non solamente i folli ma benevoli spiriti indigeni. Con la coda dell'occhio, Scotti riusciva a scorgere le ombre dei khajiiti balzare tra gli alberi mentre seguivano i profughi. Quando si voltava per osservarli direttamente, quelle esili figure svanivano nell'oscurità, come se non fossero mai esistite. Ma sapeva di averle viste. E anche i bosmer le avevano viste e affrettarono l'andatura.

    Dopo diciotto ore, letteralmente divorati dagli insetti e graffiati da migliaia di spine, si ritrovarono in una valle sgombra dagli alberi. Era notte fonda, ma una fila di torce ardenti li accolse, illuminando le tende realizzate con pelli di animali e di pietre ammassate del piccolo villaggio di Vindisi. Al termine della vallata, le torce delimitavano un luogo sacro, costituito da un contorto pergolato di alberi adiacenti che formavano un tempio. Senza proferire una parola, i bosmer percorsero la fila di torce verso gli alberi. Scotti li seguì. Raggiunta la solida costruzione di legno vivo con un unico portale aperto, Scotti poté scorgere una debole luce blu risplendere da dentro. Un profondo lamento proveniente da centinaia di voci echeggiava al suo interno. La ragazza bosmer che aveva seguito sollevò la mano per fermarlo.

    "So che non capirete, ma nessuno straniero, neppure un amico, può entrare qua", disse. "Questo è un luogo sacro".

    Scotti annuì e osservò i profughi entrare nel tempio, con il capo chino. Le loro voci si unirono a quelle all'interno. Quando l'ultimo elfo dei boschi fu entrato, Scotti rivolse lo sguardo verso il villaggio. Doveva pur esservi del cibo da qualche parte. Un filo di fumo e un vago profumo di cacciagione arrosto, proveniente da dietro la fila di torce accese, attrassero la sua attenzione.

    Si trattava di cinque cyrodilici, due bretoni e un nord, un gruppetto eterogeneo radunato attorno al fuoco di un bivacco di candide pietre splendenti, intento a strappare pezzi di carne ancora calda dalla carcassa di un grosso cervo. All'avvicinarsi di Scotti, si alzarono in piedi, tranne il nord ancora distratto dal suo pezzo di carne.

    "Buona sera, scusate se vi ho interrotto, ma mi chiedevo se fosse possibile avere qualcosa da mangiare. Temo di essere piuttosto affamato, dopo aver camminato tutto il giorno con alcuni profughi di Grenos e Athay".

    Lo invitarono a sedersi e mangiare, e si presentarono a loro volta.

    "Così la guerra è ripresa, a quanto pare", disse Scotti affabilmente.

    "La cosa migliore per questi fannulloni", replicò il nord tra un boccone e l'altro. "Non ho mai conosciuto una cultura tanto pigra. E adesso si ritrovano i khajiiti ad attaccarli sulla terraferma e gli elfi alti dal mare. Se esiste una provincia che si merita un po' di disgrazia, è questa dannata Valenwood".

    "Non capisco che male possano avervi fatto", disse uno dei bretoni ridendo.

    "Sono ladri naturali, persino peggiori dei khajiiti, visto il loro atteggiamento umile durante le aggressioni", disse il nord, sputando un boccone di grasso che sfrigolò sulle pietre roventi del focolare. "Hanno esteso le loro foreste in territori altrui, invadendo lentamente i loro vicini. Poi si meravigliano quando Elsweyr li respinge indietro. Sono tutti dei furfanti e della peggior specie".

    "Cosa vi ha spinto qua?", chiese Scotti.

    "Sono un diplomatico della corte di Jehenna", farfugliò il nord, tornando al suo pasto.

    "E voi, cosa fate in queste terre?", chiese uno dei cyrodilici.

    "Lavoro per la Commissione Edilizia Atrius nella Città Imperiale", disse Scotti. "Uno dei miei ex colleghi mi suggerì di venire nel Valenwood. Disse che la guerra era terminata e che avrei potuto concludere un gran numero di affari ricostruendo le infrastrutture distrutte. È stato un disastro dopo l'altro, ho perso tutto il mio denaro, mi ritrovo nel bel mezzo di una guerra e non riesco a trovare il mio ex collega".

    "Il vostro ex collega", mormorò un altro dei cyrodilici, che aveva detto di chiamarsi Reglius. "Non si chiamava per caso Liodes Jurus, forse?".

    "Lo conoscete?".

    "Mi attirò qui nel Valenwood più o meno nelle stesse circostanze", disse Reglius, sorridendo torvamente. "Lavoravo per il concorrente del vostro datore di lavoro, la Commissione Edilizia Vanech, dove lo stesso Liodes Jurus aveva precedentemente lavorato. Mi scrisse, chiedendomi di rappresentare una commissione edilizia imperiale per negoziare parte della ricostruzione del dopoguerra. Ero stato appena licenziato, così pensavo che se avessi portato a termine qualche nuovo affare, forse mi sarei ripreso il mio posto di lavoro. Jurus e io ci siamo incontrati ad Athay, e in quell'occasione mi disse che avrebbe organizzato un incontro molto proficuo con il Silvenar".

    Scotti era sbalordito: "Dove si trova ora?".

    "Non sono un teologo, chissà", disse Reglius, scrollando le spalle. "È morto. Quando i khajiiti attaccarono Athay, iniziarono dando fuoco al porto dove Jurus stava approntando la sua barca. O, per meglio dire, la mia barca dato che fu acquistata con il mio oro. Prima di renderci conto di ciò che stava accadendo e di darcela a gambe, tutto era ormai ridotto in cenere. I khajiiti saranno pure degli animali, ma sanno come gestire un attacco".

    "Penso che ci stessero seguendo mentre attraversavamo la giungla per Vindisi", disse Scotti nervosamente. "Sicuramente c'era qualcosa che saltava da un albero all'altro".

    "Probabilmente si trattava di un individuo del popolo scimmia", disse sbuffando il nord. "Nulla di cui preoccuparsi".

    "Quando arrivammo per la prima volta a Vindisi e i bosmer entrarono tutti in quell'albero, erano furiosi e minacciavano di scatenare un antico terrore sui loro nemici, o qualcosa del genere", disse il bretone, tremando al solo pensiero. "Sono ancora là dentro ed è ormai trascorso più di un giorno e mezzo. Se volete qualcosa da temere, quella è la direzione in cui guardare".

    L'altro bretone, un rappresentante della Gilda dei Maghi di Daggerfall, aveva lo sguardo fisso nell'oscurità mentre il suo conterraneo parlava. "Forse. Ma c'è qualcosa anche nella giungla, proprio ai margini del villaggio".

    "Altri profughi forse?", chiese Scotti, cercando di celare il tono allarmato della sua voce.

    "No, a meno che non abbiano preso a viaggiare sugli alberi", sussurrò il mago. Il nord e uno dei cyrodilici afferrarono un lungo brandello di pelle bagnata e lo tirarono sul fuoco, estinguendolo all'istante con un debole sfrigolio. Ora Scotti riusciva a vedere gli intrusi, i loro ellittici occhi gialli e le loro lunghe e minacciose spade che scintillavano alla luce delle torce. Il terrore gli gelò il sangue nelle vene e pregò di non essere altrettanto visibile ai loro occhi.

    Sentì qualcosa colpire la sua schiena e trasalì.

    La voce di Reglius sussurrò dall'alto: "State calmo per l'amor di Mara e arrampicatevi quassù".

    Scotti si aggrappò al doppio tralcio nodoso di un rampicante che scendeva dall'imponente albero ai margini del bivacco spento. Si arrampicò il più rapidamente possibile, trattenendo il fiato per non lasciarsi sfuggire alcun gemito per lo sforzo. Alla sommità del tralcio, sovrastante il villaggio, si trovava un nido abbandonato da un qualche grosso uccello posto su un ramo a forma di tridente. Non appena Scotti si fu adagiato sulla soffice e confortevole paglia, Reglius sollevò il tralcio. Non c'era nessun altro lassù, e quando Scotti guardò in basso, non scorse nessuno nemmeno a terra. Nessuno tranne i khajiiti, in lenta processione verso la luce dell'albero tempio.

    "Grazie", sussurrò Scotti, profondamente colpito dal fatto che un suo avversario lo avesse aiutato. Distolse lo sguardo dal paese e notò che i rami più alti dell'albero sfioravano le pareti rocciose ricoperte di muschio che circondavano la valle sottostante. "Come ve la cavate ad arrampicarvi?".

    "Voi siete pazzo", disse Reglius senza fiato. "Dovremmo restare qui fino a quando non se ne andranno".

    "Se bruceranno Vindisi come hanno fatto con Athay e Grenos, di sicuro moriremo qui come a terra", disse Scotti iniziando ad arrampicarsi lentamente sull'albero, saggiando bene ogni ramo. "Riuscite a vedere cosa stanno facendo?".

    "Non potrei dirlo con certezza", disse Reglius guardando giù nell'oscurità. "Sono davanti al tempio. Penso che abbiano con loro anche... sembrano lunghe funi, le stanno trascinando, fin oltre il passaggio".

    Scotti strisciò sul ramo più robusto che si estendeva fino a toccare l'umida parete rocciosa del dirupo. Non era poi un gran salto, dopotutto. In effetti, avvertiva l'acre odore dell'umidità e il freddo della pietra. Nondimeno era comunque un salto e, nella sua vita di funzionario, non aveva mai saltato da un albero alto svariati metri verso una parete rocciosa a strapiombo. Cercò di richiamare alla memoria le ombre che lo avevano inseguito nella giungla dalla cima degli alberi. Come le loro gambe si flettevano in guisa di molle e le loro braccia si estendevano in avanti per afferrare con un movimento elegante e fluido. Quindi saltò.

    Le sue mani tentarono di avvinghiarsi alla roccia, ma le lunghe e spesse liane ricoperte di muschio erano più accessibili. Si trattenne con forza, ma quando tentò di appoggiare i piedi, scivolarono verso l'alto. Per alcuni secondi, si ritrovò a testa in giù prima di riuscire a tornare in una posizione più consona. Trovò una stretta sporgenza che fuoriusciva dal dirupo dove infine riuscì a fermarsi per riprendere fiato.

    "Reglius. Reglius. Reglius", Scotti non osava alzare la voce. Dopo un minuto, i rami iniziarono a scuotersi e l'uomo di Lord Vanech riemerse. Prima la sua borsa, poi la sua testa e infine ciò che restava di lui. Scotti iniziò a sussurrare qualcosa, ma Reglius scosse violentemente il capo, indicando in basso. Uno dei khajiiti si trovava alla base dell'albero e stava esaminando i resti del bivacco.

    Reglius tentò goffamente di tenersi in equilibrio sul ramo ma, pur godendo di una forza discreta, avendo una sola mano libera era un'impresa incredibilmente difficile. Scotti unì i palmi delle sue mani a forma di coppa e poi indicò la borsa. Sembrava essere alquanto doloroso per Reglius abbandonare la sua borsa, ma infine si decise e la lanciò verso Scotti.

    C'era un foro piccolo, quasi invisibile nella borsa, e quando Scotti la afferrò, una sola moneta d'oro cadde all'esterno. Nella caduta, risuonò colpendo la parete di roccia e quel lieve tintinnio risuonò alle orecchie di Scotti come l'allarme più forte che avesse mai udito.

    Gli eventi successivi accaddero molto rapidamente.

    Il cathay-raht alla base dell'albero guardò in alto e lanciò un forte grido. Gli altri khajiiti si unirono a lui in coro, mentre il felino sotto di loro si accovacciò per poi balzare sui rami più bassi. Reglius lo vide sotto di sé, mentre si arrampicava con formidabile destrezza ed entrò nel panico. Perfino prima che saltasse, Scotti intuì che sarebbe caduto. Con un grido, Reglius il funzionario rovinò al suolo, rompendosi il collo nell'impatto.

    Un lampo di luce bianca scaturì da ogni fenditura del tempio e la lamentosa preghiera dei bosmer si trasformò in qualcosa di terribile e soprannaturale. Il cathay-raht arrestò la sua arrampicata e guardò fisso.

    "Keirgo", disse trasalendo. La Caccia Selvaggia.

    Fu come se si fosse aperta una frattura nella realtà. Una marea di terribili belve, rospi con tentacoli, insetti con corazze e aculei, serpenti viscidi e gelatinosi, esseri impalpabili dal volto di divinità, scaturirono dal grande albero cavo accecati dalla furia. Ridussero in brandelli i khajiiti che stavano davanti al tempio. I restanti felini fuggirono dalla giungla, ma così facendo iniziarono a tendere le funi a cui erano attaccati. In pochi secondi, l'intero villaggio di Vindisi era un brulicare delle assurde manifestazioni della Caccia Selvaggia.

    Nonostante il mormorio, i latrati e gli ululati di quell'orda, Scotti riuscì a udire le grida dei cyrodilici che venivano divorati. Anche il nord ed entrambi i bretoni furono scovati e mangiati. Il mago si era reso invisibile, ma quella moltitudine non si affidava alla vista. L'albero su cui si era rifugiato il cathay-raht iniziò a oscillare e a scuotersi a causa dell'indicibile violenza che si era scatenata alla sua base. Scotti incontrò lo sguardo terrorizzato del khajiiti e gli lanciò una delle liane di muschio.

    Il volto del gatto mostrò una penosa gratitudine mentre balzava ad afferrare la liana. Quell'espressione non era ancora svanita quando Scotti ritirò la liana e lo guardò cadere. La caccia lo spolpò fino all'osso prima ancora che toccasse terra.

    Il salto di Scotti verso la successiva sporgenza rocciosa fu notevolmente più sicuro. Da lassù, si trascinò fin sulla cima del dirupo e poté osservare dall'alto il caos che una volta era stato il villaggio di Vindisi. L'orda della caccia era cresciuta e iniziò a riversarsi oltre i margini della valle all'inseguimento dei khajiiti in fuga. Fu allora che la follia esplose in tutta la sua reale furia.

    Sotto la luce delle lune, dal punto soprelevato in cui si trovava, Scotti vide dove i khajiiti avevano attaccato le loro funi. Con un assordante frastuono, una valanga di massi si riversò sul passo. Quando la polvere si posò, vide che la valle era stata sigillata. La Caccia Selvaggia non poteva fare altro che accanirsi su se stessa.

    Scotti distolse lo sguardo, incapace di sopportare la vista quell'orgia cannibalesca. La giungla immersa nelle tenebre si stagliava dinanzi a sé, un impenetrabile intreccio di alberi. Si mise in spalla la borsa di Reglius e si addentrò.
     
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  9. Varil

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    Una danza nel fuoco
    Capitolo 5


    di
    Waughin Jarth


    Tuonò una voce: "Lusinga! La foresta si nutrirà d'amore! Vai avanti! Stupida, stupida vacca!".

    Risuonò così all'improvviso da far trasalire Decumus Scotti. Sgranò gli occhi verso l'oscura radura nella giungla dalla quale solo pochi istanti prima poteva sentire i versi degli animali, il cicalare di insetti e il sommesso sibilare del vento. Era una voce bizzarra, con un forte accento singolare non ben identificabile, con alcune modulazioni tremule, ma chiaramente umana. O per lo meno elfica. Forse si trattava di qualche bosmer isolato, con qualche minima conoscenza della lingua cyrodilica. Dopo infinite ore di faticoso cammino attraverso gli intricati meandri della giungla di Valenwood, qualsiasi voce, seppur lontanamente familiare, gli sembrava meravigliosa.

    "Salve!", urlò.

    "Siete insetti o avete un nome? Sicuramente ieri sì!", rispose la voce. "Chi, cosa, quando e topi!".

    "Temo di non riuscire a comprendere", replicò Scotti volgendo lo sguardo verso il groviglio di vegetazione spesso e impenetrabile dal quale proveniva la voce. "Non dovete aver timore di me. Il mio nome è Decumus Scotti. Sono un cyrodilico della Città Imperiale. Sono venuto fin qui per offrire il mio aiuto nella ricostruzione di Valenwood, distrutta dalla guerra, e adesso mi sono perso".

    "Pietre preziose e schiavi tormentati... La guerra", mormorò la voce scoppiando in singhiozzi.

    "Siete al corrente della guerra? Non ne ero sicuro, invero non sono nemmeno sicuro della distanza che mi separa dal confine", Scotti prese a muoversi lentamente verso l'albero. Gettò a terra la borsa di Reglius e sollevò in alto le braccia mostrando le mani vuote. "Non sono armato. Vorrei solo delle indicazioni per raggiungere la città più vicina. Sto tentando di ritrovare un amico, Liodes Jurus, a Silvenar".

    "Silvenar!", rise la voce. Le risate si fecero perfino più forti quando Scotti girò attorno all'albero. "Vermi e vino! Vermi e vino! Silvenar canta per vermi e vino!".

    Attorno all'albero non vi era niente di visibile. "Non riesco a vedervi. Perché vi nascondete?".

    Nella frustrazione, accresciuta dalla fame e dall'esasperazione, colpì il tronco dell'albero. D'un tratto, da una cavità dell'albero fuoriuscì un getto di schegge rosse e dorate e Scotti si ritrovò circondato da sei creature alate, non più grandi di una spanna. Due brillanti occhi purpurei erano disposti ai lati di lunghe protuberanze, le bocche sempre spalancate di quelle singolari creature. Erano sprovviste di gambe e le loro ali sottili e dorate, in perenne movimento, sembravano avere una struttura troppo fragile per sostenere il peso del ventre rigonfio. Nondimeno, svolazzavano rapide nell'aria come grosse scintille di fuoco. Danzando attorno al povero funzionario, iniziarono a parlottare. Si rese conto che le parole da loro pronunciate erano del tutto prive di senso.

    "Vini e vermi, quanto dista il confine da qui! Ornamenti accademici e ahimè, Liodes Jurus!".

    "Salve, temo di essere disarmato? Fiamme fumanti e la città più vicina è la cara Oblivion".

    "Rigonfi di carne marcia e nubi purpuree, non dovete avere paura di me!".

    "Perché ti stai nascondendo? Perché ti stai nascondendo? Prima di essere amici, amatemi, Lady Zuleika!".

    Furioso per il continuo schernire di quelle creature, Scotti agitò le braccia in alto verso le cime degli alberi. Ritornò verso la radura e aprì ancora la borsa come aveva fatto qualche ora prima. Di nuovo non vi trovò niente che potesse essere di qualche utilità e la cosa non lo sorprese affatto. Nemmeno frugando nelle tasche e negli angoli più remoti riuscì a trovare qualcosa di commestibile. La borsa conteneva soltanto una discreta somma d'oro (sogghignò cinicamente, pensando all'ironia di ritrovarsi carico d'oro in mezzo alla giungla), una pila di contratti in bianco ben ordinati della Commissione Edilizia Vanech, un pezzo di corda sottile e un mantello di pelle impregnata per il cattivo tempo. Almeno, Scotti pensò, non avrebbe sofferto per la pioggia.

    Un crescente rumore di tuoni ricordò a Scotti quello che aveva iniziato a sospettare da qualche settimana. Era stato colpito da una maledizione.

    Dopo meno di un'ora fu costretto a indossare il mantello e ad aprirsi la strada a fatica nel fango. Gli alberi, che fino ad allora non avevano lasciato filtrare nemmeno un raggio di sole, non furono in grado di offrire alcun riparo contro il vento furioso e la pioggia incessante. Gli unici suoni che squarciavano il rumore assordante della pioggia erano le voci irritanti delle creature alate, che continuavano a svolazzargli intorno proferendo frasi senza senso. Scotti urlò e scagliò più volte pietre contro di loro, ma quegli esseri sembravano particolarmente attratti dalla sua compagnia.

    Mentre si chinò per raccogliere una pietra da lanciare ai suoi tormentatori, Scotti avvertì qualcosa scivolare sotto i suoi piedi. Il terreno, fino ad allora solido seppure intriso d'acqua, improvvisamente si sciolse trasformandosi in una marea impetuosa che lo travolse e lo trascinò lontano. Come una foglia al vento, fu trasportato dalla marea di fango, rotolando ripetutamente, finendo in un fiume un metro più in basso.

    La tempesta si calmò quasi istantaneamente, non appena Scotti si ritrovò nelle acque del fiume. Il sole dissolse le nubi scure e lo riscaldò mentre nuotava a riva. Sulla sponda del fiume, s'imbatté in un altro segno dell'incursione dei khajiiti nel Valenwood. In quel luogo sorgeva, un tempo, un piccolo villaggio di pescatori, ora completamente distrutto. Le rovine fumavano ancora simili a un cadavere ancora caldo. Neri cumuli di macerie erano tutto ciò che restava dei magazzini che un tempo dovevano aver ospitato i frutti della pesca dall'odore che emanavano. Tutta la loro ricchezza era ridotta in cenere. Zattere e barche giacevano distrutte, affondate o semi-sommerse. Gli abitanti erano scomparsi, forse trucidati o fuggiti lontano. O almeno così suppose Scotti. Qualcosa colpì uno dei muri rimasti tra quelle rovine. Scotti corse per vedere di cosa si trattasse.

    "Il mio nome è Decumus Scotti?", cantò una delle bestie alate. "Sono un cyrodilico? Della Città Imperiale? Sono venuto fin qui per offrire il mio aiuto nella ricostruzione di Valenwood, distrutta dalla guerra, e adesso mi sono perso?".

    "Mi gonfio fino a coprirmi di macchie, scimmioni!", convenne uno dei suoi compagni. "Non ti vedo. "Perché ti stai nascondendo?".

    Come le creature ripresero il loro chiacchiericcio, Scotti iniziò a esplorare ciò che rimaneva del villaggio. Sicuramente i felini dovevano aver lasciato qualcosa, un pezzo di carne essiccata, un boccone di pesce o qualsiasi altra cosa commestibile. Invece, erano stati terribilmente meticolosi nella loro devastazione. Dovunque guardasse, non era rimasto nulla di commestibile. Scotti trovò uno strumento di una certa utilità tra i resti di un rifugio di pietre. Un arco e due frecce d'osso. L'arco non aveva più la corda, probabilmente bruciata dal calore del fuoco, ma Scotti ne prese una nella borsa di Reglius e lo tese nuovamente.

    Le creature volarono in alto, volteggiando sopra di lui, mentre era impegnato. "Il convento del sacro Liodes Jurus?".

    "Tu sai della guerra! Vermi e vino, circoscrivono un ospite dorato, scimmioni!".

    Quando la corda fu di nuovo ben tesa, Scotti accoccò una freccia, si guardò intorno e tese l'arco con forza contro il petto. Le creature alate, avendo già assaggiato le frecce di altri arcieri, si dispersero fuggendo disordinatamente. Non avrebbero disturbato oltre. La prima freccia di Scotti si conficcò nel suolo, a un metro davanti a lui. Imprecò e andò a recuperarla. Le creature, che avevano avuto altre esperienze con arcieri poco capaci, ripresero a volteggiare sopra Scotti e a schernirlo.

    Al suo secondo tentativo, Scotti ottenne un migliore risultato, dal punto di vista puramente tecnico. Ricordava la forma degli arcieri di Falinesti, quando lui fuoriuscì dalla spessa coltre bianca mentre loro lo stavano prendendo di mira con i loro archi. Estese la sua mano sinistra, quella destra e il gomito destro in modo da formare un perfetto allineamento, tendendo l'arco in modo che la mano toccasse il profilo della mascella. In questo modo riuscì a prendere perfettamente la mira sulla creatura con la freccia che sembrava un indice puntato. Il dardo mancò il bersaglio di appena mezzo metro, ma proseguì la sua traiettoria, spezzandosi contro una parete di roccia.

    Scotti camminò fino alla riva del fiume. Gli rimaneva una sola freccia e considerò che sarebbe stato più pratico impiegarla per catturare un pesce dai movimenti lenti e arrostirlo sul fuoco. Se l'avesse mancato, quantomeno vi sarebbero state minori probabilità di romperla e avrebbe sempre potuto recuperarla dall'acqua. Un grosso pesce baffuto gli passò davanti pigramente. Scotti prese con cura la mira sul bersaglio.

    "Il mio nome è Decumus Scotti!", urlò una delle creature, spaventando e facendo fuggire il pesce. "Stupida e stupida vacca! Danzeresti una danza nel fuoco!".

    Scotti si girò e puntò la freccia verso la creatura, proprio come aveva fatto poco prima. Tuttavia, questa volta ricordò di tenere i piedi ben saldi a terra a venti centimetri di distanza l'uno dall'altro, proprio come aveva visto fare agli arcieri, con le ginocchia ben dritte e la gamba sinistra leggermente in avanti rispetto all'altra, in modo da formare un angolo con la spalla destra. Scoccò la sua ultima freccia.

    La freccia si rivelò utile anche come spiedo per arrostire la creatura sulle pietre ancora roventi di una delle rovine. Non appena la bestia era stata colpita, le altre creature erano immediatamente scomparse e Scotti riuscì finalmente a nutrirsi in pace. La carne era deliziosa, ma non fu sufficiente a placare la sua fame. Stava ancora masticando l'ultimo boccone, quando una barca comparve da dietro un'ansa del fiume. Alcuni marinai bosmer erano al timone. Scotti si precipitò verso la sponda agitando le braccia. I marinai finsero di non vederlo e proseguirono oltre.

    "Razza di bastardi maledetti e indifferenti!", Urlò Scotti. "Canaglie! Teppisti! Scimmioni! Manigoldi!".

    Una figura con vistosi baffi grigi, spuntò da un boccaporto e Scotti riconobbe immediatamente Gryf Mallon, il poeta e traduttore che aveva incontrato nella carovana proveniente da Cyrodiil.

    Guardò in direzione di Scotti e i suoi occhi s'illuminarono di piacere: "Decumus Scotti! Proprio l'uomo che speravo di incontrare! Volevo conoscere la vostra opinione su un passaggio alquanto enigmatico del Mnoriad Pley Bar! Inizia con «Sono venuto al mondo piangendo, alla ricerca di meraviglie», vi è forse familiare?".

    "Non chiedo di meglio che discutere con voi del Mnoriad Pley Bar, mio caro Gryf!", rispose Scotti. "Ma prima, mi fareste salire a bordo?".

    Felicissimo di trovarsi a bordo di una barca diretta verso un qualsiasi porto, Scotti mantenne la parola. Per più di un'ora, mentre la barca scivolava lungo il fiume, passando davanti alle rovine annerite dei villaggi bosmeri, Scotti non fece domande, né proferì parola sulle sue peripezie nelle ultime settimane. Rimase semplicemente in silenzio ad ascoltare le teorie di Mallon sugli aspetti esoterici degli aldmeri dell'Era Meretica. Dal canto suo il traduttore si mostrò poco esigente riguardo alla cultura dell'ospite e accettò di buon grado cenni del capo e scrollate di spalle, come segni di una civile conversazione. Il poeta condivise con lui vino e gelatine di pesce di sua produzione, che tuttavia rimase completamente assorto nei propri pensieri mentre l'interlocutore esponeva le sue tesi.

    Infine, mentre Mallon era impegnato nella ricerca di un riferimento ad alcune minori annotazioni nei suoi appunti, Scotti chiese: "Sebbene sia fuori luogo, mi stavo chiedendo dove eravamo diretti".

    "Siamo diretti proprio nel cuore della provincia, a Silvenar", disse Mallon senza sollevare lo sguardo dal passaggio che stava leggendo. "In verità è abbastanza seccante. Io mi proponevo di raggiungere Woodhearth prima per parlare con un bosmer che sostiene di possedere una copia originale di Dirith Yalmillhiad, se riuscite a crederlo. Ma almeno per il momento dovrà aspettare. Le armate dell'Isola di Summerset hanno circondato la città e stanno mantenendo l'assedio per costringere gli abitanti alla resa completa. È una prospettiva alquanto noiosa, poiché i bosmeri sono ben felici di mangiarsi l'un l'altro, per cui vi è il rischio concreto che alla fine dell'assedio rimarrà soltanto un grasso elfo dei boschi a sventolare la bandiera".

    "Ciò è alquanto seccante", convenne Scotti cordialmente. "A oriente, i khajiiti stanno bruciando ogni cosa, mentre a occidente gli elfi alti stanno muovendo guerra. Immagino che anche i confini a nord non siano liberi?".

    "Sono perfino peggio", replicò Mallon mantenendo il dito sulla pagina, sebbene distratto dalle sue letture. "I cyrodilici e i guardiarossa non sono disposti ad accogliere i profughi bosmer nelle loro province. Ma hanno le loro ragioni. Immaginate l'aumento di criminalità ora che i bosmer sono affamati e senza dimora".

    "Dunque", mormorò Scotti provando un brivido, "siamo intrappolati nella provincia di Valenwood".

    "Non del tutto. Io stesso avrò necessità di partire a breve, poiché il mio editore mi ha imposto alcune scadenze molto rigide per il mio nuovo libro di traduzioni. Secondo quanto ho appreso, con una semplice supplica al Silvenar è possibile ottenere una scorta speciale per attraversare il confine e raggiungere Cyrodiil senza particolari pericoli".

    "Una supplica al Silvenar o una supplica in Silvenar?".

    "Una supplica al Silvenar in Silvenar. È una singolare nomenclatura caratteristica di questo luogo. Il tipo di cose che rende il mio lavoro di traduttore assai più stimolante. Il Silvenar, o per meglio dire i Silvenar, rappresentano per i bosmeri la figura più prossima a un grande leader. La cosa essenziale da ricordare riguardo al Silvenar...". Mallon sorrise, poiché infine era riuscito a trovare il brano che stava cercando: "Ecco! «Per due settimane, inspiegabilmente, la parola bruciò in una danza», di nuovo la stessa metafora".

    "Cosa dicevate riguardo al Silvenar?", chiese Scotti. "La cosa essenziale da ricordare?".

    "Non rammento di cosa stessi parlando", replicò Mallon tornando nuovamente al suo discorso.

    Per l'intera settimana la piccola barca ondeggiò lungo le acque calme e poco profonde in cui era mutata la spumeggiante corrente del fiume Xylo. Infine Decumus Scotti vide la città di Silvenar. Se Falinesti fosse un albero, allora Silvenar sarebbe un fiore. Uno straordinario caleidoscopio di sfumature di verde, rosso, blu e bianco, scintillavano con riflessi cristallini. Mallon estemporaneamente aveva spiegato, in un momento in cui non era impegnato a descrivere la prosodia aldmeri, che un tempo Silvenar era una radura in fiore nel cuore della foresta, ma a causa di un incantesimo o per semplice causa naturale, la linfa degli alberi prese a fluire simile a un liquore traslucido. Il fluire della linfa e la successiva cristallizzazione sopra la vegetazione multicolore, costituì la struttura stessa della città. La descrizione di Mallon era alquanto intrigante, ma non fu in grado di preparare Scotti allo splendore del posto.

    "Qual è la più raffinata e lussuosa taverna della città?", domandò Scotti a uno dei marinai bosmer.

    "Il Consiglio di Prithala", rispose Mallon, "ma perché non rimanete con me?". Farò visita a un mio conoscente, uno studente che troverete sicuramente interessante. La sua dimora non è particolarmente bella, ma le sue idee sui principi della tribù Sarmathi dell'Era Meretica aldmeri sono straordinarie".

    "In altre circostanze, avrei accettato di buon grado", disse Scotti cortesemente, "ma dopo settimane trascorse a dormire sulla nuda terra o sul ponte di una chiatta nutrendomi alla buona, sento la necessità delle comodità della civiltà. In seguito, tra un giorno o due, presenterò una supplica al Silvenar per avere una scorta e far ritorno a Cyrodiil".

    I due uomini si salutarono. Gryf Mallon desiderò dargli l'indirizzo del suo editore nella Città Imperiale, Scotti accettò cortesemente l'offerta, ma dimenticò quasi subito l'indirizzo. Scotti vagò per le strade di Silvenar, attraversando ponti d'ambra e ammirando la splendida architettura di quella foresta cristallizzata. Di fronte a un magnifico palazzo di cristallo dai riflessi argentei trovò il Consiglio di Prithala.

    Prese la camera più lussuosa e ordinò un pasto succulento della migliore qualità. Al tavolo vicino a lui sedevano due individui particolarmente grassi, un uomo e un bosmer, intenti in una disquisizione sulla squisita qualità della cucina della taverna, perfino superiore a quella del palazzo di Silvenar. Iniziarono a discutere della guerra e di alcuni problemi finanziari relativi alla ricostruzione dei ponti della provincia. L'uomo si accorse che Scotti li stava guardando e i suoi occhi s'illuminarono non appena lo riconobbe.

    "Scotti, siete davvero voi? Per Kynareth, dove siete stato? Ho dovuto occuparmi da solo di tutti i contatti!".

    Al suono della sua voce Scotti lo riconobbe immediatamente. Quell'uomo altri non era che Liodes Jurus, ingrassato a dismisura.
     
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  10. Varil

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    Comunque il mio preferito resta Kirkbride :p

    "[The look of Morrowind] came from Michael Kirkbride, and I would say that it’s not just the visual aesthetic; all of the narrative aesthetic of Morrowind also comes from Michael. I might’ve been the narrative lead, but Michael was the luminary — the man with spectacularly exotic and bad judgment that excited us so much [...] He was absolutely essential. And also crazy as a rat in a drainpipe, which is necessary. Somebody had to be really, really, really crazy, and it’s better that your lead designer isn’t."
    —Ken Rolston
     
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  11. alaris

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  12. Varil

    Varil Galactic Guy

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    "L'aspetto di Morrowind è merito di Michael Kirkbride, e direi che non si tratta solo dell'estetica visiva; anche tutta l'estetica narrativa di Morrowind viene da Michael. Io potevo essere il direttore narrativo, ma Michael era il luminare, l'uomo con un'esotica spettacolare e un pessimo buonsenso che ci eccitava così tanto [...] Egli è stato assolutamente essenziale. E anche matto come un cavallo, il che è necessario. C'era bisogno di qualcuno davvero, davvero, davvero pazzo, ed è meglio che non lo sia il lead designer".
    -Ken Rolston, lead designer di Morrowind
     
    Ultima modifica: 28 Gennaio 2023 alle 23:22
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