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I Nostri Scritti

Discussione in 'Lo scannatoio' iniziata da Supernova, 5 Gennaio 2008.

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  1. f5f9

    f5f9 si sta stirando Ex staff

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    pluricentenario sarà tuo nipote :emoji_angry:
    oh! finalmente una perla di saggezza!
     
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  2. Varil

    Varil Galactic Guy

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    Finalmente? Io sono sempre saggio
     
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  3. alaris

    alaris Supporter

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    Vero...confermo
     
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  4. Maurras

    Maurras Wanna be Elf , but proud to be Hobbit ! ;)

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    Buondi ! :)
    Questi giorni, dopo anni, anch'io ho ripreso in mano la mia robaccia! :emoji_persevere:

    Sto scrivendo per chiedervi un piccolo parere su una scena in particolare.

    Il mio protagonista, durante una cena, ha appena ricevuto una pessima notizia che lo rende furioso ma allo stesso tempo non può nemmeno reagire come vorrebbe.
    Quello che sto cercando di rendere, tuttavia, è un "Effetto comico", per smorzare la tensione ma che sembri non voluto...

    “Non dite sul serio, vero?” Balbettò rivolgendosi a Talyzen, mentre furia e disperazione gli torcevano lo stomaco. Per quanto fosse consapevole di essere in netto svantaggio, controllare le proprie emozioni ora era come pretendere di fermare un tornado con un ventaglio. Le sue mani si erano mosse contro la propria volontà col solo istinto di sbattere sul tavolo e fuggire via e soltanto all'ultimo aveva trovato la forza di frenarle, ritrovandosi seduto in bilico sulla sedia, mentre una posata cadeva sul pavimento emettendo un delicato tintinnio metallico.
    “Hai sentito benissimo, rimettiti composto per cortesia.” Continuò freddamente l'ufficiale.

    Pareri e/o suggerimenti? :emoji_kissing_smiling_eyes:
    Personalmente credo di averla scritta un po' lunga, però devo anche tenere conto che chi legge non sa come vedo io lecose
    nella mia testa bacata e devo comunque cercare di far capire la scena.... :emoji_persevere:
     
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  5. MOB2

    MOB2 Profetessa Skaragg

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    Personalmente non ho nulla contro la lunghezza, purché non diventi prolissità fine a se stessa. Come mi sono trovato a pensare recentemente, ormai siamo tutti abituati a pensieri brevi, e deboli. Ma resto convinto che se cerchiamo e desideriamo dei significati profondi, prima o poi dobbiamo estenderci ed espanderci lungo tutte le dimensioni possibili ed esistenti, altezza, profondità, lunghezza, tempo.

    Inoltre, la lunghezza permette di inserire molti più dettagli, che oltre a un valore estetico possono (e per me dovrebbero) avere anche un significato e un contenuto profondo, forse a volte perfino essenziale, nella descrizione di una situazione, di uno stato d'animo ("controllare le proprie emozioni ora era come pretendere di fermare un tornado con un ventaglio", "Le sue mani si erano mosse contro la propria volontà col solo istinto di sbattere sul tavolo e fuggire via", "ritrovandosi seduto in bilico sulla sedia", e la chicca finale, argentea e sonora: "mentre una posata cadeva sul pavimento emettendo un delicato tintinnio metallico").

    Quindi diciamo che non vedo l'ora di leggere l'intero racconto, chiedendoti al contempo cosa ne pensi di un racconto che ho trovato e tradotto in giro, che mi ha colpito notevolmente.

    Ovviamente io sono quello dei WOT infiniti, quindi il mio è solo un umile parere.
     
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  6. Maurras

    Maurras Wanna be Elf , but proud to be Hobbit ! ;)

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    Grazie 1000 per il parere.:)
    Se ti va puoi mandarmi tranquillamente il file di quel racconto come allegato* in un MP anche qua nel forum,
    lo leggerò volentieri. :emoji_blush:

    Sulla mia roba, ecco beh: è più lunghina di un racconto. :p
    Dovrebbe essere un romanzo con ambientazione steam/fantasy suddiviso in due libri, di cui al momento sono a 2/3 del primo.
    E' un po' una specie di Isekai misto DnD se vogliamo, dove tento di affrontare tematiche per me importanti
    ma senza sembrare una che fa la predica, per questo cerco di inserire anche toni auto-ironici dove posso.

    E' un progetto di vecchia (vecchissima) data che a un certo punto avevo abbandonato
    -anche- per via della mia scarsa autostima come autrice. :emoji_dizzy_face:
    Certo: obbiettivamente parlando (e ovviamente ) so benissimo che è pieno il mondo di persone mooolto più brave di me a scrivere,
    e infatti adoro leggere (anche FF) , diciamo che il mio alla fine è più un hobby in effetti.


    *se non ricordo male dovrebbe esserci la funzione.
     
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  7. MOB2

    MOB2 Profetessa Skaragg

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    Il racconto di cui parlavo non è mio (ho scritto poca roba, a parte innumerevoli WOT su Enderal & C.), ma l'ho trovato su internet in inglese. Mi ha molto colpito e ho passato la notte a tradurlo, pubblicandolo qui alle 5 del mattino.

    @f5f9 sembra sia rimasto entusiasta, mi piacerebbe sapere cosa ne pensi.
     
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  8. Maurras

    Maurras Wanna be Elf , but proud to be Hobbit ! ;)

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    Non riesco a trovarlo, mi metti il link della pagina in cui cercare ? Tnx ^_^
     
  9. MOB2

    MOB2 Profetessa Skaragg

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  10. Maurras

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    Non mi ero accorta del "qui" che aveva il link... sono sempre la solita.
    Il racconto è bello e l'ho letto tutto d'un fiato.
    Difficile parlarne a caldo, mi ha lasciato sensazioni contrastanti, ma l'idea di base è molto interessante.
    Come già detto da altri è un bel mix di fantascienza con atmosfere noir e soprannaturale.
    Trovo che sia un'ottima base di partenza per un racconto più articolato, ma questa è una scelta che spetta soltanto all'autrice.

    Da un punto di vista più tecnico ci sono state alcune parti un po' confuse (almeno per me che sono un po' "rinco") dove ho avuto un po' di difficoltà a capire 'chi diceva cosa' e lo svolgersi temporale di alcune situazioni, ma nel complesso hai fatto un buon lavoro con la traduzione. Hai avuto davvero una gran pazienza a renderlo condivisibile nel nostro forum, ancora grazie 1000. :)
     
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  11. MOB2

    MOB2 Profetessa Skaragg

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    In effetti, forse in italiano i pronomi personali non sono sempre chiari come in inglese. Poi ho notato che usa una scrittura a frasi molto corte. Così. Con un concetto per volta. Sembra quasi che usi i punti come dei "collegamenti", non delle pause o stacchi temporali.

    E' un tipo di scrittura che di solito non uso (anzi, io sono la verbosità estrema), e credo sia tipico di una scrittura da "smartphone", con frasi brevi. Ciononostante, mi sembra sia riuscita a creare una storia completa pur usando questa tecnica.

    Il concetto illuminante, per cui devo assolutamente ringraziare il buon @f5f9 , è quello della "struttura a spirale".

    Quanto alle "fonti", a me ha ricordato alcuni racconti di Bradbury (tipo "Cronache Marziane"), ma anche alcuni episodi del Doctor Who, in particolare quelli relativi al Silenzio (alieni che ti portano via la memoria e che dimentichi un istante dopo averli visti) o agli Angeli Piangenti (una delle cose più terrificanti mai viste, statue che si muovono quando non le guardi, ma restano ferme - di pietra - quando le fissi, però se ti raggiungono ti teletrasportano in un tempo passato, rubandoti tutto il tempo della tua vita futura).


     
    Ultima modifica: 5 Aprile 2026
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  12. f5f9

    f5f9 si sta stirando Ex staff

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    :emoji_grin: a chi lo dici!
    però forse anche per te scrivere wottoni è un espediente per schiarire le idee e individuare approssimazioni e omissioni...insomma: in fondo scrivere per se stessi
    poi, se c'è qualche temerario che affronta il calvario di leggerli, può sempre saltare un po' di righe e avrà comunque meno occasioni per trovare lacune che potrebbero inficiare la tesi :emoji_blush:
     
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  13. Maurras

    Maurras Wanna be Elf , but proud to be Hobbit ! ;)

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    Buongiorno.a tutti. :)
    Dopo anni di lavoro (più o meno, ero ferma da un pezzo!) e diverse correzioni, ripropongo soprattutto per i nuovi iscritti il Prologo del mio vecchio progetto lungo e impegnativo.
    Come sempre ringrazio in anticipo chiunque abbia voglia di esprimere pareri e sappia individuare eventuali perplessità
    che di sicuro non mancano. :p


    Prologo

    Il corriere

    Lungo la strada verso Giutha un giovane camminava lento reggendo svogliatamente nella mano destra le redini del proprio cavallo. Quella mattina d’inizio primavera si presentava molto più luminosa del solito, i raggi dei due soli facevano breccia tra gli intricati rami della Foresta degli Eterni come fosse già una giornata di mezza estate; anche il grosso stallone nero, della famiglia dei frisoni, sembrava apprezzare la giornata particolarmente calda, ma c’era qualcosa di insolito nella sua andatura: a dispetto di un'apparenza selvaggia, seguiva il ragazzo come il più docile dei puledri, quasi fosse più un amico che un padrone e quest’ultimo a sua volta, si soffermava di tanto in tanto, ad accarezzargli la folta criniera dai riflessi colore blu scuro, come quando si dà una pacca sulla spalla a un fratello. Il movimento del braccio, che spostava la leggera cappa da viaggio, lasciava intravvedere una cintura di cuoio dalla quale penzolavano due lunghi pugnali le cui lame erano protette dai rispettivi foderi. Alla sella dell'animale invece erano fissate una comune borsa in pelle marrone dall'aria consunta e un bauletto rigido color ebano di forma ovale allungata.
    “Ci siamo quasi.” Sospirò il viandante nel montare in groppa al compagno che, dopo aver scrollato la testa, partì al trotto senza bisogno d'essere spronato.

    ***

    Mentre arrivava, Erik rivedeva nella propria mente l'immagine ormai familiare del piccolo borgo, tenuto in scarsa considerazione dalla gente di città, ma che lui trovava piacevole e accogliente. Circondato all’esterno da una rudimentale palizzata in legno era di sicuro uno dei tanti anonimi paesini di campagna, dove la maggior parte degli abitanti si procurava da vivere grazie alla terra coltivata. A distinguerlo, c’erano tuttavia alcune botteghe artigiane tra cui la sartoria Wills, l’unica nel raggio di venti miglia e il piccolo emporio della signora Murha, infine in fondo alla strada maestra, a ogni folata di vento, dondolava pigramente l'insegna della locanda “L'orsa e il secchio”. Nella piazza centrale, come dappertutto, si trovava l'immancabile cappella dei Creatori che sfoggiava la facciata dai colori verde foglia e bianco avorio rinfrescata di recente; infine vicino all'ingresso principale avrebbe trovato ad accoglierlo la caserma delle guardie.
    I soldati all'ingresso lo riconobbero da lontano, fermandolo quel tanto che bastava per i convenevoli, senza nemmeno chiedergli i documenti.
    “Bentornato Erik!” Salutò l'uomo più robusto del gruppetto.
    “Salve Stoner! Novità dall'ultima volta?” Chiese lasciandogli in custodia le proprie armi.
    “Come no! Al massimo avrà partorito una vacca. Beato te che hai sempre voglia di scherzare !”
    Erik si limitò a far spallucce ricambiando la gentilezza con un sorriso e passata la soglia, accompagnò il cavallo alle scuderie adiacenti. Non aveva bisogno della borsa sulla sella ma portò con se la strana custodia indossandola dietro la schiena come uno zaino. Pochi istanti dopo, dirigeva a passo sicuro verso la propria destinazione.
    Nonostante fosse già la quinta volta in meno di due mesi che percorreva le strade di quella cittadina, era ben conscio di quanto la sua presenza attirasse sempre lo sguardo curioso dei passanti. I capelli neri mai troppo lisci cadevano sulle spalle perennemente spettinati e gli occhi, cosa che più lo irritava, erano talmente chiari da intonarsi meglio a uno delle regioni zharakesi, per non parlare poi della sua carnagione diventata ormai fin troppo pallida. Per quanto tempo fosse passato dal cambiamento, non si sarebbe mai sentito a proprio agio con un simile aspetto. L’unica cosa che riusciva ad attenuare il fastidio era che il più delle volte veniva scambiato per un mezzosangue elfico e ormai non faceva più nulla per convincere gli altri del contrario.


    ***


    Quel giorno il giovane non era il solo visitatore presente nella cittadina. Alla locanda, tra i diversi clienti, era impossibile non notare un uomo dalla statura impressionante di quasi sette piedi. Indossava l'inconfondibile divisa in cuoio e metallo che da sola avrebbe messo soggezione chiunque avesse avuto un minimo di buon senso, un grande rapace di colore argento su sfondo nero ricamato sulla mantella indicava l'appartenenza al Ordine dei falchi della guardia imperiale. (E il falco spesso poteva significare morte.) Tre nastri rossi sul braccio sinistro rivelavano che si trattava di un ufficiale. Probabilmente doveva essere là di passaggio, da li alla capitale anche usando il migliore dei cavalli ci sarebbero voluti quattro giorni e difficilmente un simile personaggio, avrebbe avuto interesse a trattenersi a lungo in un così piccolo centro.
    A quell'ora la sala non era molto affollata perché la maggior parte dei paesani pranzava nei campi, dove si lavorava dall'alba al tramonto. L'odore del cibo, principalmente verdure bollite con carne, non saturava l'aria in modo sgradevole e anche gli alcolici erano consumati con moderazione, tra i tavoli si vedeva più che altro della birra e pochi calici di vino.
    L'oste, un uomo sulla quarantina che sfoggiava una fronte già bella che stempiata, serviva da bere al gigante evitando di soffermarsi sul quel volto dai tratti severi; atteggiamento che non sfuggì al graduato, il quale reagì accennando un sorriso che, con quei lineamenti tanto marcati, si dimostrò un tentativo alquanto goffo di spezzare la tensione.
    “Immagino non si vedano molti capitani da questa parti.” Sospirò infine, rassegnato ai propri modi impacciati, difetto cui anni di addestramento non avevano posto rimedio.
    “Decisamente no.” Rispose il locandiere, come se nulla fosse.
    “Non sono qua per lavoro se è questo che vorreste chiedere.” Continuò, assicurandosi di essere stato sentito bene anche dagli altri avventori che, colto il messaggio sottinteso, tornarono velocemente ai propri affari. “Sono in licenza, conto di fermarmi per una breve sosta e di ripartire al massimo fra due giorni.” Spiegò usando un tono cordiale “Potrei sapere il vostro nome?”
    “Certamente! Sono registrato come Jonathan Deskal, ma per tutti sono semplicemente 'il vecchio secchio’.
    “Molto lieto.” Rispose ignorando la battuta “Potete chiamarmi Damian e se devo essere sincero non ho più un altro nome da molto tempo.”
    A quelle parole l'oste corrugò la fronte, solitamente chi si arruolava rinunciando al proprio nome di famiglia, non aveva un passato di cui andare fiero, tuttavia aveva imparato da tempo a non fare troppe domande. Sentendosi infine di nuovo a proprio agio, in pochi minuti aveva già spifferato al nuovo cliente metà dei pettegolezzi che giravano nelle campagne. Contrariamente alla maggior parte dei soldati in transito da quelle parti, quel tipo sembrava avere un carattere tranquillo, non parlava molto e ascoltava senza interrompere ogni parola come fosse un dono prezioso.

    ***
    Verso mezzogiorno, anche Erik varcava la soglia della taverna. “Salute John! Come va?” Salutò avvicinandosi al bancone.
    “Come al solito, e tu che ci fai di nuovo qua? Stavolta come faccio a cacciarti?” Salutò l'oste, sventolandogli un tovagliolo sul naso come se ci fosse stata sopra una mosca. “Cosa ti porto?” Chiese poi mettendosi con lo stesso a pulire un bicchiere.
    “E me lo chiedi? Se ce l’hai prendo volentieri una bistecca con patate! E per favore, non lesinare il sale!” Se c'era una cosa che apprezzava dei piccoli centri erano proprio gli ottimi arrosti, pensò mentre prendeva posto su uno sgabello. Guardandosi attorno notò che rispetto all'ultima volta la locanda era migliorata; appariva più pulita e alcune travi del soffitto erano state sostituite prima che si staccassero da sole. Ai tavoli c'erano più o meno le stesse facce già viste, tuttavia in un tavolo all'angolo più a nord, riconobbe al volo una figura familiare che mai si sarebbe aspettato d’incontrare. Finito di mangiare gli si avvicinò a passo lento. Quando fu a portata di voce, socchiuse gli occhi un attimo prima di decidersi a salutarlo 'Troppi ricordi, accidenti...' pensò tra se.
    “Damian. Che piacere rivederti.”
    Per un attimo si accorse che l'uomo lo osservava con incertezza. “Erik?!” Domanda e osservazione si fusero assieme nel tono della sua voce. Subito dopo lo invitò ad accomodarsi al proprio tavolo. “Sei davvero tu? Che diavolo è successo ai tuoi occhi? Credevo che avessi risolto.”
    “E' una lunga storia. Vedo che ti sei trovato una nuova sistemazione, com'è la vita nella guardia imperiale?”
    “La paga è più bassa, ma va bene così. Mi serviva un po’ di tranquillità, se capisci cosa intendo. E tu come te la passi?”
    “Che devo dire? Faccio un po' di tutto e, come puoi immaginare, cerco di mantenere un 'profilo basso'. Ora ad esempio sto lavorando come corriere, poi si vedrà.”
    Era passato parecchio tempo dall'ultima volta che lo aveva visto, in realtà lo conosceva appena ma in quel momento, due chiacchiere le avrebbe fatte volentieri. Come si aspettava, l'ex mercenario, dopo aver dimostrato fin da subito le sue capacità nell'esercito, era diventato ufficiale in breve tempo. Mentre parlavano, tra un bicchiere e l'altro, si lasciò sfuggire che stava andando alla capitale per sposarsi.
    “Che hai detto?” Erik, colto di sorpresa, per poco si strozzò con la birra.
    “Lo trovi così strano?!”
    Gli fu subito evidente che al soldato non piacesse parlare di argomenti personali, ma non seppe trattenersi dal lanciargli un sorriso complice.
    “Perdonami: non volevo offenderti. Solo che non me l'aspettavo. Credo anche di sapere chi sia la fortunata.” Disse in tutta sincerità. “Propongo un brindisi alla tue future nozze!”
    “Come sempre manchi di tatto, ma accetto le scuse.” Sospirò l'altro versando nuovamente da bere a entrambi.
    Nell'istante in cui Erik sollevò il bicchiere, un dardo scoccato all’improvviso da una finestra lo centrò in pieno, disintegrandone il vetro e facendo schizzare la birra dappertutto. Entrambi riuscirono a scattar via dal tavolo senza farsi ferire dalle schegge. In sala invece si scatenò il panico. Una cameriera aveva lanciato un grido isterico facendo cadere il vassoio che portava, mentre altri avventori più accorti si erano repentinamente buttati al riparo sotto i tavoli. Un attimo dopo, tra lo sgomento generale e le imprecazioni dell'oste, i due balzarono fuori dalla porta cercando il colpevole. Il veterano individuò una sagoma salire su uno dei tetti delle abitazioni li attorno ed Erik, colto al volo il suggerimento, si lanciò all'inseguimento senza pensarci.
    'Che siano loro?' Si chiedeva mentre correva lungo il cornicione, riducendo velocemente la distanza che lo separava dall'aggressore. Quando fu a pochi passi dal raggiungerlo, un cerchio di luce bianca accecante si materializzò a mezz'aria. Un istante dopo, inseguito e incantesimo erano già dissolti, lasciandolo così da solo a boccheggiare per riprender fiato. “Merda!” Imprecò passandosi una mano sulla fronte, quindi tornò verso la locanda. Trovò Damian che lo aspettava davanti alla porta con uno sguardo torvo. “Chiunque fosse, era affiancato da un incantatore: è letteralmente sparito nel nulla.” Dichiarò con frustrazione.

    Il gigante invece sembrava preoccupato da altri pensieri. “Forse il bersaglio non eri tu.”
    “Ammetto che c'era qualcosa di strano, ma non sarebbe la prima volta che provano a farmi fuori.” Si fermò un attimo a riflettere “Perché ha mirato al bicchiere? Un avvertimento?”
    “Non hai capito.” insistette l'ufficiale e dopo essersi gettato un'occhiata attorno, abbassò il tono della voce aggiungendo “Non dovrei dirtelo, ma abbiamo motivo di credere che sia in atto una rivolta. Il cosiddetto Impero non è poi tanto amato e questa è considerata una delle regioni da tenere d'occhio. In realtà lo scopo del mio viaggio era anche quello di scoprire qualsiasi cosa ci sia in fermento.”
    'A dire che mi ero trasferito qua, perché credevo fosse un posto tranquillo.' Rimuginò tra se senza avere il coraggio di rispondere. Damian che sembrò aver intuito i suoi pensieri, lo invitò a tornare dentro senza aggiungere altro.

    Fu un lungo pomeriggio: le guardie locali, arrivate poco dopo gli eventi, avevano chiesto loro un rapporto dettagliato sui fatti. La parola dell'ufficiale bastò a esonerare entrambi da ogni responsabilità, tuttavia la gente se prima li guardava incuriosita, ora mal celava la diffidenza nei loro confronti.
    Quando la sera uscirono dalla caserma, Erik si lasciò andare a una colorita imprecazione liberatoria. “Fortuna che avevo consegnato la lettera prima di pranzo. Sono sicuro che il proprietario terriero avrebbe usato la scusa dell'incidente per non pagarmi!”
    “Per ora è andata bene.” Commentò l'ufficiale. “Ma è chiaro che dovremmo lasciare questo posto al più presto.”
    “Bah! Dovevo comunque andarmene domani.” Si stiracchiò l'altro, tanto che la sua reputazione era ormai rovinata, decise di infischiarsene delle buone maniere.
    “Almeno datti un contegno!” Lo rimproverò Damian, mentre tornavano alla locanda. Com'era da aspettarselo stavolta ricevettero un'accoglienza più tiepida, quindi dopo aver cenato in fretta, si ritirarono nelle rispettive stanze.

    La mattina alla fine giunse in fretta. Erik fu svegliato presto dalla luce dell’alba che insinuandosi dalle imposte consumate si mischiava alla nebbia della zona, creando un effetto surreale. Si mise quindi a sedere sul letto e, dopo aver controllato che ogni cosa fosse al proprio posto, ragionava a freddo sugli eventi del giorno prima.
    Non era molto aggiornato sulla politica, sapeva a mala pena che due anni prima una decina di nazioni e due tra le più importanti città libere avevano firmato di comune accordo dei trattati che trasformavano semplici alleanze di tipo economico-militare in una vera e propria confederazione di stati, che molti cittadini avevano già ironicamente ribattezzato 'Impero Soldo-cratico'. Ogni stato manteneva la propria sovranità territoriale, tuttavia tale Impero era retto da leggi comuni decise in una sorta di parlamento composto da cento membri. Di democratico in realtà c'era ben poco: settanta consiglieri infatti altro non erano che i rampolli delle grandi famiglie o generali a fine carriera, mentre solamente trenta erano quelli eletti dall’esigua parte di popolo che aveva diritto al voto. Alla guida di tale governo centrale, si sarebbero alternati a turno ogni quattro anni, i monarchi o presidenti degli stati facenti parte di quella nuova grande confederazione. Al momento era in carica Sir Friderich III, Meris dello stato di Ruberta, ovvero il patrono principale di tale alleanza.
    Chissà se durerà.' Sospirò Erik dopo essersi dato una rinfrescata, mentre una parte di se dubitava fortemente che l'assalto fosse rivolto all'ufficiale.

    Scese svogliatamente le scale fino alla sala grande della taverna e trovò Damian seduto al bancone che terminava una colazione a base di uova, prosciutto e pane scuro.
    “Buongiorno!” Salutò mettendosi comodo a sua volta. L'oste per un attimo guardò entrambi in cagnesco, ma durò poco.
    “Si può sapere che accidenti sta succedendo? Ieri ho perso una mezza giornata di lavoro!” Sbottò senza mezzi termini.
    “Quest’episodio rincresce a noi, quanto a voi. Personalmente temo si tratti di un gruppo di ribelli.” Rispose il soldato.
    “I soliti dementi.” Rispose seccato il locandiere.
    Da quanto aveva capito Erik, Jonathan era molto entusiasta della nuova federazione, quindi non poteva certo biasimarlo per la sua reazione all’accaduto, aspettò quindi che continuasse. “Scusatemi se sono stato scortese, certe cose in casa mia non le reggo proprio! Allora piccoletto che vuoi per colazione?”
    “Quasi ti preferivo arrabbiato, lo sai che non mi piace essere chiamato così.” Si imbronciò Erik scherzando. “Dammi pure qualche dolce e tanto caf... ehm infuso nero, grazie.” Corresse all'ultimo il nome della bevanda, dopo tutti quegli anni faticava ancora a usare il termine locale, che variava anche se di poco, da una nazione all'altra, l'unica parola costante era “infuso”.
    “Io partirò subito.” Annunciò Damian nel frattempo che il taverniere andava a prendere la colazione richiesta.
    “Immagino non ci sia molto da aggiungere, rispetto a quello che hai detto ieri.”
    “Se è qualcosa di grosso lo scopriremo presto, se invece sono problemi tuoi personali non posso che augurarti buona fortuna.”
    “Aspetta. Ho capito che siamo entrambi diretti a Norabea, perché non viaggiamo assieme?”
    “Non è una cattiva idea.” Rispose l’ufficiale dandogli una pacca sulla spalla. “Chissà che non riesca a convincerti ad arruolarti!” Disse in tono scherzoso allontanandosi. “Ti aspetto all’ingresso fino alle undici, non tardare.”
    'Esercito? No grazie!' Pensò in silenzio Erik ricambiando quel sorriso da brav'uomo.

    Appena terminò di fare colazione tornò alla propria stanza per assicurarsi di non aver dimenticato nulla e dopo aver salutato nuovamente il padrone della taverna si avviò alle stalle. Durante la notte, come spesso gli capitava, aveva pensato a tutto ciò che era successo in quegli ultimi anni e ora, lungo la strada che lo avrebbe riportato alla capitale, avrebbe condiviso volentieri quei pensieri con Damian, inoltre era anche curioso di conoscere un po’ meglio la sua storia.
     
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  14. f5f9

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    peggio per voi :emoji_imp:, oggi vi somministro la prima parte ddi un raccontino che, come forse qualcuno percepirà se avrà il coraggio di leggiucchiarlo, in filigrana contiene qualche polemicuccia su luoghi comuni correnti
    ecco qui:
    La storia di Aide
    Parte 1 (di due): “i doni di Madre Natura
    Aide, Aide, il tuo nido è sui monti, eri triste laggiù in città.
    I genitori della piccola Aide non l’avevano voluta, si consideravano troppo poveri per un’altra bocca da sfamare. Ma, almeno, da quattro anni il paese non era più stato preso di mira dai predoni, il ricordo di uccisioni in massa, stupri e saccheggi cominciava già ad affievolirsi e tutti cominciavano a sentirsi più rassicurati, così andarono a vivere insieme come una vera famiglia anche se, per l’incertezza del futuro, non si erano mai decisi a regolarizzare la loro peccaminosa relazione..
    Il papà di Aide in fondo era un buon uomo. Faceva lo scalpellino e, avendo finalmente trovato un lavoro, cominciava a sperare che le cose andassero sempre meglio, sognò che un giorno avrebbe addirittura potuto permettersi di sposare la madre di Aide e, magari, avere altri figli. Ma la sorte aveva deciso diversamente.
    In una torrida giornata estiva, per un’ennesima serie di colpi di tosse dovuti alla silicosi, l’uomo perse l’equilibrio e precipitò da un ponteggio rompendosi l’osso del collo.
    La povera donna così si ritrovò sola a cercare di provvedere alla piccola. Era una mamma amorevole, ma i saltuari lavoretti che prestava nelle cascine di contadini e allevatori non bastavano certamente a garantire il pane quotidiano.
    A un certo punto, in preda alla disperazione, provò anche a vendere il suo corpo ma anche qui fallì: era bruttina e ossuta per le privazioni e la piccola la sentiva sempre piangere quando arrivava un cliente.
    Aide non capiva perché, nelle sere in cui arrivavano quegli omoni puzzolenti, veniva sbattuta fuori casa: la notte, da sola nella città buia e silenziosa, le faceva tanta paura. Così, per farsi coraggio, si spostava continuamente camminando come la sua mamma le aveva insegnato, nel centro della strada per evitare di ritrovarsi fradicia quando dai primi piani venivano svuotati i pitali.
    Ma un giorno, finalmente, una signora benestante che voleva ripulirsi la coscienza prese a servizio la donna come sguattera e tuttofare, illudendola di aver trovato avuto finalmente i mezzi per sopravvivere.
    Però la salute della povera donna era ormai compromessa e il suo rendimento scarso a causa della cronica debolezza, per cui una mattina venne licenziata brutalmente e senza preavviso.
    Si sentì perduta e tentò un ultimo gesto disperato. Prima di allontanarsi dalla magione prese dei vecchi stracci nei quali avvolse un grande candelabro in argento finemente cesellato che nobilitava la sala da pranzo. Sgattaiolò via, corse a casa, raccolse le poche cose e disse alla bambina che dovevano partire immediatamente.
    Aide non amava quello scantinato umido e quella città ostile, ma già aveva capito che per lei le cose potevano cambiare solo in peggio e scoppiò a piangere.
    Il piano della donna era quello di lasciare la bambina per qualche giorno dal nonno, andare nella grande città che si trovava a un solo giorno di cammino, vendere la refurtiva e tornare a prenderla per ricominciare in qualche altro posto.
    In effetti riuscì a spuntare un prezzo che era indubbiamente ridicolo rispetto al vero valore intrinseco dell’oggetto, ma più alto di quello che si aspettava per una merce evidentemente rubata. Quindi, baldanzosa, affrontò di nuovo i pericoli notturni della foresta per tornare e recuperare la figlia.
    Quello che non aveva potuto prevedere fu che, nel buio, una coppia di briganti la individuarono, la stuprarono, la accoltellarono a morte e fuggirono con la refurtiva. Il suo corpo, probabilmente divorato dagli animali della foresta, non fu mai trovato.
    Ogni giorno Aide guardava la strada giù nella valle sperando di veder apparire la sagoma familiare della sua mamma che si inerpicava lungo lo stretto sentiero.
    Ma i giorni passavano e le caprette le facevano “ciao”, guardava gli splendidi tramonti, andava sempre nel bosco per raccoglier bacche, si occupava della mungitura e di dare da mangiare alle galline, riempiva il secchio con l’acqua del pozzo ed era, in definitiva, sempre talmente occupata a lavorare che il ricordo della mamma pian piano cominciò a sfumare, anche se provava una stretta al cuore quando le faceva capolino il pensiero che oramai non sarebbe più tornata a riprenderla.
    In compenso non era più continuamente vittima dalla fame: Madre Natura provvedeva coi suoi splendidi frutti e, un paio di volte al mese, arrivavano dei signori intabarrati cui il nonno vendeva latte, uova e il raccolto del piccolo campo che Aide provvedeva a curare.
    Ma poi arrivò l’inverno. Le volpi fecero strage nel pollaio e, una notte, un branco di lupi cercò di attaccare le capre. Anni prima, fortunatamente, il nonno aveva costruito un alto e robusto recinto di pietre che le feroci belve non riuscivano a scavalcare.
    Il branco si accanì anche con la porta della capanna ringhiando e ululando. Aide fu colta dal panico e scossa da un tremito ben più intenso di quello che abitualmente la accompagnava per i fiocchi di neve che entravano dai buchi tra la paglia del tetto. Non chiuse occhio anche quando il fragore cessò e la notte finì. Il giorno dopo, malgrado il freddo, le sembrò che la normalità fosse tornata.
    Decise timidamente di uscire, brandendo il secchio, per raccogliere l’acqua dal vicino torrente dal momento che il pozzo era gelato.
    Raccolse anche dei rami per il camino e, mentre tornava con le dita spellate e intirizzite dal freddo, vide che il nonno parlava concitatamente con dei signori che venivano saltuariamente ad approvvigionarsi.
    Capì che la discussione era dovuta al fatto che non avevano potuto consegnare tutte le consuete derrate, ma la stupì la parlantina del vecchio che, abitualmente, le si rivolgeva solo per impartirle secchi ordini e rimproveri.
    Sta di fatto che quella sera, quando si coricò sul suo giaciglio di foglie che la proteggevano dall’umidità del pavimento in terra battuta, Aide sentì che il nonnino si riempiva gorgogliando di idromele, borbottava da solo ed emetteva rumori repellenti.
    Cercò comunque di addormentarsi ma dopo qualche minuto, alla fioca luce delle braci, intravide un’imponente sagoma che la sovrastava. L’unica cosa che le venne in mente è che l’avrebbe di nuovo picchiata anche se aveva fatto diligentemente tutti i suoi doveri.
    Un istante dopo quel corpo grosso e grasso le fu sopra. Paralizzata dal terrore dapprima percepì un fetore di idromele, sudore e urina che le rivoltarono lo stomaco ma riuscì a stento a trattenere le urla finché sentì che due grosse mani callose avevano preso a frugare tra gli stracci che la ricoprivano.
    Non ebbe la forza di scappare e, impietrita, cercò di sopportare il dolore e la repulsione. In quel momento capì perché, nella sua vita precedente, la sua mamma piangeva sempre quando nottetempo arrivavano quegli strani individui.
    Passarono così altri tre anni e Aide, sempre più apatica e sparuta, cercò di sopravvivere in qualche modo, aggrappandosi all’unico affetto che poteva ottenere, quello delle caprette.
    I due signori che venivano regolarmente a fare acquisti erano scomparsi e la fame ricominciò ad attanagliarla, oramai il campo era lasciato incolto e le bacche che raccoglieva nella foresta non bastavano a sfamarla.
    Anche il nonno era sempre più immobile, si alzava dal giaciglio solo per le funzioni corporali che espletava direttamente nella capanna ma, misteriosamente, riusciva spesso a procurarsi qualche bottiglia di idromele per ubriacarsi e poi assalirla nel sonno.
    Il tempo trascorreva sempre uguale finché un giorno, mentre tornava dal bosco e come sempre quasi a mani vuote, Aide sentì nell’aria un odore stuzzicante. Vide che nell’aia il nonno aveva acceso un allegro fuoco scoppiettante sul quale aveva montato uno strano aggeggio metallico.
    Ma quando si avvicinò lanciò un urlo: realizzò che la sua miglior amica, che lei aveva battezzato Pierina, stava abbrustolendo infilzata in un orrido spiedo.
    L’orrore e il dolore la fecero stramazzare ma si riprese subito. In preda a un’ira che non aveva mai provato si scagliò sul vecchio scatenandosi in una ridda di calci e unghiate.
    Ma quel grosso corpo restò saldo, con una mano la scostò e con l’altra le sganciò un manrovescio che le fratturò la macella e la fece ruzzolare qualche passo più in là. Battè il capo e perse i sensi.
    Si svegliò dolorante sentendo ancora in bocca il gusto delle lacrime e del sangue. Quando riuscì di nuovo a vedere qualcosa si accorse che era l’imbrunire e che la porta della capanna era sbarrata.
    Restò lì tutta la notte, dondolandosi in stato catatonico e piangendo. Il mezzogiorno successivo vide che la porta si apriva e il nonno usciva. Fu ripresa dal terrore ma non trovò la forza per alzarsi e fuggire.
    (to be continued?)
     
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  15. Varil

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  16. alaris

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  17. f5f9

    f5f9 si sta stirando Ex staff

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    OK, l'avete voluto voi :emoji_confused:
    Parte 2 di due: “il buon tempo antico
    Il vecchio le passò accanto senza neanche guardarla e si allontanò. Ritornò alcune ore dopo e, senza una parola, si barricò nella capanna.
    Il mattino successivo arrivò un carretto trainato da una coppia di asini, condotto da un tipo losco e con due donne accovacciate sul pianale. Il nonno, dopo aver parlottato con loro, ricevette una sacca e una piccola borsa. Poi la bambina fu afferrata e caricata sul carro dove le due la schiaffeggiarono finché non smise di piangere e lamentarsi.
    Il nonno l’aveva venduta a sua Eccellenza il Barone per qualche moneta e due bottiglie di idromele.
    La piccola selvaggia non capiva cosa stava succedendo e decise di rimanere in attesa, quindi smise subito di fare resistenza per evitare altre percosse. Quando arrivò nella nuova casa capì presto che sarebbe comunque stata meglio che col nonno, soprattutto perché non doveva più sottostare alle sue attenzioni. Dormiva sempre su un giaciglio in una cantina umida come la sua prima casa, ma almeno il pavimento era di pietra, il giaciglio di stracci e non di foglie e nel sonno non si ritrovava imperlata dalla neve o soffocata dalla calura estiva.
    O peggio.
    La governante le dava qualche colpo col frustino quando non era abbastanza solerte nei suoi lavori, ma niente di paragonabile ai dolori che provava quando il nonno la picchiava.
    Si divideva tutto il giorno tra le cucine in cui lavava i piatti, il lavatoio e il prato in cui stendeva i panni. Il resto del castello era per lei un mistero.
    Ma qualche volta orecchiava i pettegolezzi delle donne che facevano le pulizie ai piani superiori e le sembrava di capire che doveva trattarsi di luoghi addirittura più belli della chiesetta del paese dove da piccola andava con la sua mamma a pregare.
    Così un giorno d’estate, approfittando del riposo pomeridiano della servitù, decise di avventurarsi in esplorazione.
    Dopo aver sbagliato strada più volte, si ritrovò nell’enorme ingresso davanti al quale aveva qualche volta intravisto la sontuosa carrozza su cui salivano le lontane sagome del Barone e della sua consorte.
    L’atrio era enorme e sovraccarico di fregi e statue, Aide non aveva mai visto un posto così sontuoso e non riuscì a trattenere lacrime di commozione.
    Un grandioso scalone in fondo la attrasse irresistibilmente, si avventurò e raggiunse il primo piano.
    Meraviglia: al di là della balconata si stendevano gli enormi spazi di un salone riccamente affrescato, con pareti pieni di specchi e stucchi dorati. Sbigottita pensò di essere arrivata nel Paradiso di cui aveva sentito parlare il prete tanti anni prima.
    Rimase immobile in preda a un’emozione incontenibile ma le sorprese non erano finite: d’un tratto una porta sul fondo si aprì ed entrò la figura più bella che la bambina avesse mai visto.
    La dama portava un abito di velluto rosso riccamente decorato con fili d’oro e sfoggiava un’acconciatura incredibilmente elaborata e arricchita da stupende perle. In mano portava graziosamente uno strano oggetto che Aide non aveva mai visto: era un libro di poesie miniato, con una copertina in pelle dello stesso colore dell’abito della signora e scritte dorate sul frontespizio.
    Ci fu un attimo di raggelante silenzio, Aide pensò: “ho visto la Madonna!” e cadde in ginocchio.
    Ma la donna, scorgendola, lanciò un urlo.
    Prontamente si materializzò la governate che sbiancò e si inchinò alla Baronessa farfugliando scuse. Aide non capì bene il dialogo tra le due donne ma sentì chiaramente che la dama esprimeva il suo sdegno per l’infame serva che aveva osato contaminare i suoi appartamenti.
    La governante, sempre a capo chino e rinculando, le garantì che tale crimine non sarebbe mai più stato ripetuto, si voltò, affettò la bambina per un braccio e la strattonò fino alla cantina sbarrando la porta.
    Aide non capiva cosa avesse fatto di male ma, ripensandoci, si ricordò dello sguardo maligno della dama e capì confusamente che si era sbagliata e che forse non era la Madonna.
    Un’ora dopo arrivarono due guardie che la trascinarono nel cortile, le legarono le mani ai rami di un albero, le strapparono le vesti sulla schiena e la fustigarono a lungo.
    Agitando il capo per il dolore atroce, la bambina intravide, dietro a una finestra, il ghigno compiaciuto della Baronessa.
    Dopo qualche giorno la Governante decise che, se voleva ancora mangiare e non finire in mezzo a una strada, doveva riprendere a lavorare. Le consegnò una ceste ordinandole di andare immediatamente a raccogliere funghi.
    Malgrado fosse ancora dolorante, Aide corse nel bosco dove pensava di ritrovare l’amata natura che tanti momenti magici le aveva dato nei primi tempi in cui abitava dal nonno.
    Ma il caldo era torrido, il sudore e la ruvida stoffa dei suoi poveri abiti le procuravano bruciori su tutta l'epidermide e, soprattutto, le ferite non ancora del tutto rimarginate sulla schiena erano insopportabili.
    Giunse a una pozza d’acqua e pensò che potesse alleviare un po’ quei dolori. Così si liberò degli stracci e si immerse. La pozza era poco profonda ma l’acqua fresca era un vero sollievo. Chiuse gli occhi sospirando di piacere. Però, mentre si apprestava a uscire dall’acqua, si trovò di fronte in controluce la faccia di un giovane uomo che le sembrò in qualche modo familiare. Ricordò: era Ulrico, il maggiore dei figli del Barone. Talvolta l'aveva fuggevolmente intravisto nei locali della servitù e sapeva anche che era solito andare a caccia nel bosco.
    Anche se in quel momento era di nuovo in preda al panico, le sembrò un angelo.
    Abbassò gli occhi e tornò a immergersi tremando dalla vergogna. Era confusa e non capiva cosa stesse succedendo nella sua mente e nel suo corpo di adolescente. Così, quando il giovane le tese una mano, dopo qualche esitazione la afferrò e uscì dall’acqua.
    L’ora successiva fu la più dolce della sua vita. Quando il giovane se ne andò, restò per quasi un’ora in un piacevole stato di intontimento. Poi si svegliò di soprassalto: doveva rivestirsi e procedere con estrema rapidità alla raccolta per tornare al castello entro l’imbrunire. Se arrivava in ritardo l'avrebbero di nuovo frustata.
    Tutto, per una volta, andò come doveva e passò i giorni successivi a spasimare e ricordare quei momenti stupendi.
    Così, quando la governante le diede di nuovo il cesto, il cuore cominciò a battere all’impazzata: forse avrebbe incontrato di nuovo il suo cavaliere. Quindi partì baldanzosa e corse di nuovo alla volta del piccolo lago.
    Dopo oltre un’ora di vana attesa perse ogni speranza e, trattenendo le lacrime, cominciò a cercare i funghi. In mezzo a quella lussureggiante vegetazione si muoveva decisa ma con l'udito all'erta per percepire gli eventuali rumori o i ruggiti dei grandi predatori.
    Improvvisamente fu risvegliata dai suoi neri pensieri dallo scalpiccio di un cavallo sul quale torreggiava Ulrico in tutto il suo nobile splendore, lo vide scendere da cavallo e avvicinarsi silenziosamente.
    Questa volta l’amore fu ancora più intenso ma, mentre giaceva ancora felice e intorpidita, il giovane si alzò e, rivestendosi, si mise a urlare “io ho finito, venite pure” in direzione della macchia.
    Da lì sbucarono i quattro figli dello stalliere e solo allora Aide ricordò: le serve l’avevano definito uno scavezzacollo aduso a ogni vizio, il più grave dei quali era la frequentazione di individui di classe inferiore.
    Un’ennesima volta in preda al terrore subì la violenza dei quatto. Mentre piangeva si trovò di nuovo addosso Ulrico il cui fuoco, evidentemente, non era ancora completamente spento.
    Ma, al di là del dolore fisico e dell’umiliazione, quello che le fece più male fu l’infrangersi del sogno. Tra le lacrime e mentre cercava di estraniarsi, intravide però che gli altri, allegri e indifferenti, stavano urinando facendo a gara a chi produceva il getto più lungo.
    Quando pesta, dolorante e disperata, tornò al castello, dovette anche subire i colpi dal frustino della Governante che, senza neanche guardarla in faccia, sfogò la sua ira per la lunga assenza ingiustificata e il cesto vuoto.
    Aide aveva sempre ascoltato poco e parlato ancora meno, ma da quel giorno ripiombò in un’apatia da cui veniva qualche volta bruscamente risvegliata dalle punizioni che la Governante le infliggeva per l’insolenza con cui disobbediva caparbiamente al suo ordine di tornare nel bosco. Cercando di resistere Aide si illudeva che quell'orrore non si sarebbe ripetuto.
    Si sbagliava.
    Un giorno, mentre stendeva i panni, vide arrivare due dei figli dello stalliere che le tapparono la bocca e la trascinarono dietro a una macchia di cespugli.
    La violenza di gruppo si ripropose ciclicamente e, qualche volta, partecipava anche Ulrico che sembrava fosse quello che più di divertiva a battere il tempo con le mani mentre gli altri facevano di lei quello che volevano.
    Dopo un paio d’anni e altrettanti aborti spontanei, che dovette affrontare da sola e senza alcun aiuto, l’incubo continuava a ripetersi, anche se al castello le cose stavano profondamente cambiando.
    Il Barone era stato, fin dalla più tenera infanzia, allevato per diventare una macchina da guerra. Venne così il giorno in cui l'istinto predatorio lo spinse a cercare di impossessarsi del feudo confinante.
    Una mattina partì in pompa magna seguito da un piccolo esercito e con quattro dei suoi figli.
    Ulrico, quando aveva appreso le intenzioni del padre, era improvvisamente scomparso facendo perdere le sue tracce anche se, essendo il primogenito, sarebbe stato l'unico erede del ducato.
    In realtà gli altri quattro, ancora bambini, non somigliavano affatto al presunto padre. La Baronessa, infatti, in tenera età era stata costretta al matrimonio di convenienza con un uomo che considerava grezzo e volgare. Il suo sogno invece era quello di trasferirsi in una città come Venezia, volteggiando tra lussi e attività mondane e galanti.
    Quindi, dopo aver fatto il suo dovere con la prima gravidanza, aveva sempre cercato di evitare l'intimità col marito, trovando consolazione in fugaci avventure con i nobiluomini di passaggio. Il Barone, dal canto suo, era troppo ottuso per rendersi conto dei tradimenti dell'astuta moglie e cercava di arrangiarsi con le ancelle più giovani.
    La Baronessa godeva di una costituzione eccezionale: oltre ai cinque figli maschi sopravvissuti era riuscita a portare a termine altre tre gravidanze. Due femmine più fragili erano spirate nei primi mesi di vita. Un maschio, all'età di tre anni, mentre giocava nel cotile del palazzo alzò una pietra da cui scattò una vipera che lo morse. Le bambinaie, subito accorse, videro il piccolo che ansimava , roteava gli occhi e non riusciva ad alzarsi da terra. La notte successiva morì e poche ore dopo le tre donne scomparvero.
    La versione ufficiale fu che se ne erano andate per il rimorso di non essere state adeguatamente vigili, ma girarono voci secondo le quali qualcuno le aveva viste legate e sbattute nelle segrete. C'è chi giurava che, quella stessa notte, la Baronessa aveva raggiunto silenziosamente la cella brandendo una delle spade del marito.
    Ma il tutto fu presto messo a tacere.
    La mattina in cui il piccolo esercito del Barone uscì da castello, la Baronessa finse di sciogliersi in un pianto dirotto per salvare le apparenze. Aveva sognato che il Barone vinceva ma poi moriva per le ferite in battaglia, mentre tutti i suoi figli minori tornavano illesi col bottino e lei sarebbe stata finalmente libera di volare verso le sue aspirazioni.
    Le cose non andarono esattamente come sperava: i quattro bambini furono le prime vittime di in una battaglia tutt'altro che eroica. Gli aggrediti sgominarono gli assalitori nel giro di poche ore, il Barone venne prontamente immobilizzato e trascinato nelle segrete.
    Gli fu strappata l'armatura, fu denudato e le sue labbra cucite con fil di ferro per placarne gli urli, fu umiliato in tutti i possibili modi e, per sua disgrazia, resistette per molte ore alle torture che lo avrebbero poi ucciso.
    Due giorni dopo una piccola delegazione del feudo aggredito bussò alle porte del castello e la Baronessa fu costretta a vuotare i forzieri affinché la sua casa non subisse un saccheggio più cruento.
    Poco dopo tornò Ulrico e prese avidamente possesso di quello che restava della sua eredità. Sotto la sua svogliata guida, in pochi mesi cominciò il degrado, molte ali del palazzo vennero chiuse e abbandonate ai topi e all'incuria, la maggior parte dei servi fuggì e i pochi rimasti subirono le vendette della Baronessa che, sempre più rabbiosa e per consolarsi, ne faceva fustigare almeno un paio ogni giorno, anche quelli che non avevano alcuna colpa.
    In pochi mesi l'aspetto della gentildonna divenne simile a quello della sua psiche, ossia di una megera che il belletto non riusciva a migliorare.
    Una sera, in stato sempre più confusionale, ordinò a una serva di convocare Ulrico. Questi, che a venticinque anni ne dimostrava il doppio, quando aprì la porta si trovò davanti una furia scatenata che cercava di sfogare le sue frustrazioni con pugni e sputi.
    Distrattamente la spinse per parare gli assalti, ma la donna barcollò, cadde all'indietro e la sua nuca impattò con lo spigolo di una cassapanca.
    Morì sul colpo.
    Il fatto, naturalmente, venne immediatamente spacciato per un tragico incidente e Ulrico continuò nella sua vita di bagordi, compresi i periodici stupri di gruppo di Aide ai quali partecipava però saltuariamente essendo in perenne stato di ubriachezza.
    Ogni volta Aide si rifugiava poi nella sua cantina e, singhiozzando, spostava una pietra del muro: dietro a una di esse aveva nascosto l'unico lascito della sua mamma: un medaglione che, anche se lei non poteva neanche immaginarlo, avrebbe potuto provare che era di sangue nobile.
    Molti anni prima la sua mamma, destinata a essere l'erede di una famiglia molto benestante, ancora adolescente si era lanciata in una folle fuga d'amore con un povero scalpellino contraddicendo alle rigide regole della famiglia. Non le aveva mai sfiorato la mente il pensiero che il vecchio padre, addolcito dalla vecchiaia, l'avrebbe perdonata e accolta a braccia aperte.
    Anche Aide non poteva intuire il segreto celato dietro alla sua nascita e, dopo l'ennesimo aborto, finalmente un’infezione le diede la pace.
    Aveva da poco compiuto sedici anni, la sua breve vita finì prima di cominciare.
    Quando trovarono il suo corpo nello scantinato in cui aveva dormito negli ultimi tempi, lo avvolsero nelle coperte e la seppellirono frettolosamente in un prato un po’ distante dal castello.
    La sorte della più umile delle serve si consumò nella più totale indifferenza e nessuno mai si accorse della sua assenza.
     
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  18. Varil

    Varil Galactic Guy

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  19. gyj

    gyj Livello 1

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    Ma dove minchia vogliamo andare... ?? Gli attuali "scrittori" non fanno più gli scrittori, fanno i prestanome. Sono disperati, perchè non ci sono più lettori e quindi devono andare a pescare nella melma sperando che qualche influencer convinca una minima percentuale di analfabeti a comprare qualcosa che gli dia da mangiare fino al prossimo contratto.
     
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  20. Varil

    Varil Galactic Guy

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    È una delle cose più deprimenti che io abbia mai letto :emoji_laughing:
     
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