Et voilà... rinnoviamo un po' questo Thread che a mio parere sarebbe molto bello se fosse più sfruttato: oltre a leggere un po' di racconti che danno sempre una certa atmosfera, spesso questi stessi racconti fanno venire in mente delle buone idee...
Vi propongo un breve racconto di tipo "vampiresco". Non è il BG di un personaggio, sono solo alcune considerazione che si possono fare sullo stato del vampiro...
Non chiedetemi perchè l'ho scritto... non saprei rispondere... ho avuto l'ispirazione, qualcuno ha sussurrato qualcosa al mio orecchio e questo è il risultato. Buona lettura, spero che vi piaccia! ^_^
A Tale of Blood And Death
Notte d’autunno, nuvole leggere scivolano nel firmamento, debolmente illuminato dalla luce tremolante delle stelle e dalla pallida luna. Una brezza leggera, fredda e pungente smuove gli alti alberi e le loro foglie frusciano, strisciano tra loro, smosse al contatto dal sottile soffio di Eolo.
Una figura nel castello si muove. La sua ombra viene proiettata fuori dalla finestra della torre a causa di una candela, una flebile fonte di luce, la cui vita è destinata a spegnersi.
…Vita…
Cos’è la vita? La capacità di muoversi, di agire e di influire sulle azioni degli altri, di entrare nella vita degli altri…
Ancora: cos’è la vita? Un processo chimico, una serie di reazioni chimiche che hanno luogo all’interno del cervello, organo preposto a gestire l’interazione con l’ambiente e che termina quando quest’organo grigio è diventato vecchio e stanco di gestire il funzionamento di un intero corpo…
Di nuovo: vita? Ricordi…
La figura sa che non sono le prime due a determinare la sua vita… no… quelle definizioni di vita sono cessate per lui tempo addietro, moltissimo tempo addietro, quasi che non ne conserva nemmeno il ricordo… O forse sì… ecco, ciò che ancora o tiene legato a questo mondo, ecco per lui quella che la vita, la possibilità di perdurare in questo stato, a che fine, se non quello di mantenere vivo un ricordo?
Vita… Ricordi… Sempre più confusi in questo nuovo stato, questo nuovo stato che gli ha imposto di tagliare i legami che ancora li univano al mondo terreno, per potersi unire al quello ultraterreno.
La figura si agita nello studio, è impaziente, agitata atterrita. Si tiene ben lontano da quella piccola fiammella che troneggia sulla candela di cera. Anch’essa sta lentamente consumando la propria esistenza. L’accensione di quella candela, quella nascita, altro non è che una condanna: una condanna alla fine. La fiamma consuma la cera, essa si scioglie così come il tempo consuma il corpo e il cervello, portando l’uomo a niente meno che l’eterno riposo, la pace della Morte. Già… la natura ha predisposto il suo ciclo, un ordine naturale delle cose che la vita dovrebbe seguire… MA…
Non per lui. Qualcosa della sua vita ha alterato questo circolo. È passato tanto tempo da allora, la sagoma si agita perché fatica a ricordare. Si muove incessantemente su di un tappeto, un bel tappeto rosso cremisi, probabilmente intessuto a mano da qualche maestro d’Arabia, passa più volte di fronte ad uno specchio. Per un istante si ferma. Si sofferma a osservare, o meglio non osservare, la sua immagine. Un’ombra distorta, un’ombra dell’Uomo che era che gli mostra ciò che è diventato. Distoglie lo sguardo. Come è successo? Come?
Il ricordo pare non venire, mentre la candela prosegue a estinguersi, mentre qualcosa dentro di lui sale. La sente, una sensazione bruciante che lo consuma dall’interno. Una necessità, un bisogno che va soddisfatto, che DEVE essere soddisfatto. Questa sensazione, comune a un mortale che ha affaticato il suo corpo per un lungo periodo di tempo, che ha imperlato la propria fronte del suo sudore, per raggiungere lo scopo di una giornata, lo scopo di una vita, forse. Deve reintegrare i propri liquidi, la gola è secca ed ecco quale è la sensazione, sete la definisce l’Uomo. La Sete per lui, una cosa che deve soddisfare di sua iniziativa se non vuole che l’istinto prenda il sopravvento e gli faccia compiere atti di cui poi dovrà pentirsi.
Si blocca, nuovamente, adesso è fermo. Lo sguardo fisso fuori dalla finestra… ecco, sì!
Un ricordo
La prima volta. Era notte, anche quella volta. Era assetato. Molto assetato e gli riusciva difficile ricorrere alla ragione. Ragione sulla quale aveva basato la sua Vita, ma che adesso gli risultava d’ostacolo per comprendere la sua nuova condizione. Vagava barcollando per i quartieri poveri della città. La sua città, la città che aveva contribuito a costruire, a difendere secondo l’esempio del suo avo. Spietato in guerra, adorato dal volgo. Quella era la sua vita i suoi ricordi prima di quel giorno già passato. Barcollava, accecato dalla sete e dall’ira. Camminava per non ragionare e aspettava. Sarebbe bastato chiunque in quel momento. Camminava per cercare, ma l’oggetto della sua ricerca era indefinito, indistinto. Ad un tratto accadde: una ragazza uscì di corsa di casa, singhiozzava, poteva udirla. Qualcosa in lui scattò misteriosamente. Come una belva prese a correre verso di lei. In breve la raggiunse e la atterrò con un balzo ferino. La ragazza giaceva a terra, immobile, mentre lacrime gli rigavano il volto. A quel tempo, la giovane figura non capiva, non sapeva cosa stava per accadere, cosa avrebbe fatto. Presa dall’impeto, voltò la fanciulla con lieve sforzo del braccio. Il buio velò i loro occhi, come se un’ombra volesse nascondere quanto stava accadendo. Una grossa nube incrociò il cammino della pallida luna che parve distogliere lo sguardo da quell’evento. Una fitta ma leggera pioggia prese a scendere, mentre la sagoma, accovacciata sul corpo di lei sentiva quel bruciore lenirsi lentamente. Un nuovo sapore in bocca, e il nettare vitale scendeva per la gola conferendo una sensazione di tepore al corpo quasi esangue.
La ragione… Altro elemento di vita… la ragione tornò nell’Uomo che riprese il controllo sull’istinto. Per un istante, un lungo e interminabile istante, chiuse gli occhi. Non voleva vedere, aveva paura. Quando li riaprì, notò le sue mani, belle e giovani mani intrise di liquido cremisi, ancora caldo, mentre l’ultimo soffio di vita veniva esalato dal pallido corpo della giovane. Un rivolo di sangue scese da due fori nel collo di lei, fino ad irrigare la terra.
Via… correre…
Nelle ombre della notte, mentre la pioggia lentamente cessava di cadere. Un rifugio, una casa era l’unico desiderio di quell’assassino, costretto a quell’atrocità dalla sua natura. Una natura che non aveva chiesto lui. Un dono oscuro che gli era stato imposto, benché non lo avesse mai desiderato.
Era di nuovo al sicuro, all’interno delle ampie sale della sua magione.
La luce della candela si era finalmente spenta. La figura trasse, si obbligò a trarre, un sospiro di sollievo. La rossa minaccia che bruciava non c’era più. La vita della candela era terminata, così come la sua. Provò una vampata d’invidia mista ad ira nel constatare l’ultima condizione di quell’oggetto: per esso non c’erano più speranze di ricominciare, nessuno avrebbe imposto il volere che quella debole e minacciosa luce continuasse a bruciare per l’eternità. Finalmente la via per la finestra era libera. La fiamma che terrorizzava la figura e che era posta in prossimità della sua via d’uscita più non c’era. Un sorriso arcigno si dipinse sulla figura, mentre sentiva la Bestia prendere il sopravvento. Qualcosa di malvagio di accese, come aveva provato ira nel constatare la Vera Morte della candela, adesso pregustava il sapore del nettare sulle sue labbra, la vista di una vita che si sarebbe sacrificata, volente o nolente, per permettere la sua esistenza, per permettere il perdurare del suo corpo in quello stato. Con un leggero balzo salì sullo stipite dell’ampia finestra e si lasciò cadere, giù per la grande altezza della torre…