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Kedoreth cominciava a stancarsi di quella marcia interminabile.
Erano passati diversi giorni ormai da quando era approdato a Yundar, il grande porto dell’Ovest. Neanche la breve sosta e l’amena nottata nelle braccia di quella strana e affascinante donna che aveva conosciuto il primo giorno era servita a tacitare le sue rimostranze nei confronti di quell’insulso viaggio. Inizialmente si era ritenuto fortunato per l’avere incontrato, grazie alla donna, quel membro della Gilda dell’Occhio Divino poco dopo il suo arrivo a Yundar. D’accordo il bisogno di informazioni su dove trovare degli Oscuri, ma francamente quella missione cominciava a stancarlo.
Fortunatamente non mancava più molta strada per giungere alla città libera di Fahlen. Gli era stato detto che sulla strada per Fahlen avrebbe incontrato il cavaliere. Ma chi diavolo era quella persona? Sapeva solo di dovergli consegnare uno strano amuleto con un inquietante zaffiro nero incastonato e una pergamena sigillata. Ma che stupide istruzioni erano quelle? Non aveva trascorso anni a perfezionarsi con le armi per fare da semplice messo. Lui voleva solo trovare gli Oscuri.
Maledetti loro, e maledetti i nobili del suo popolo che lo avevano mandato a sud completamente da solo. Loro ritenevano che ci fossero ancora abbastanza Oscuri da combattere a casa, neanche si erano curati della sua idea di inviare un nutrito drappello di suoi simili qui, dove si trovava ora, per cacciare nuove prede. Prede che d’altronde un bel giorno avrebbero potuto tornare per riprendersi le loro terre e schiavizzarli di nuovo. Stupidi, stupidi nobili. Perché non capivano? Perché non potevano vedere i chiari segni che lui vedeva?
Il sole stava oramai calando sulle campagne circostanti. Non gli piaceva quella regione. Troppe colline, troppa stupida acqua. Era stufo di vedere acqua. Il viaggio in nave verso sud era stato davvero estenuante, a partire dall’assalto pirata che avevano dovuto subire. Decisamente il mare non gli piaceva. Cominciò a chiedersi se non avrebbe fatto meglio a starsene zitto e a rimanere a casa.
Si sedette accanto al piccolo fuoco che aveva acceso, molto piccolo, cominciava ad aver freddo; ma meglio non fidare troppo negli squilibrati che probabilmente abitavano queste zone. In ogni caso avrebbe riposato per breve tempo e poi sarebbe ripartito. Non mancava più molto alla sua meta.
Infilò la mano nella sacca da cintura per prendere un po’ di cibo e con le dita sfiorò la gelida superficie di quello strano zaffiro nero. Tirò fuori il medaglione e se lo rigirò tra le mani. Gli avevano promesso un bel po’ d’oro per consegnare la gemma. Chissà se li avrebbe più rivisti quei bastardi…
In mattinata giunse in vista delle mura di Fahlen. I tetti e le guglie della città si protendevano verso il cielo, con un ordine apparentemente casuale. Nella parte alta, quella che dava direttamente sulla costa, si trovavano gli edifici più grandi e più belli. Lì avrebbe trovato la casa di Lord Eldoran.
Ora doveva solo attendere qualche ora, e si stava decisamente già annoiando. Ma il Lord rientrava in città solo nel pomeriggio. Almeno così gli aveva detto il cavaliere.
L’aveva incontrato poco fa, come gli avevano detto quelli dell’Occhio Divino. L’immagine di quel mezz’elfo lo faceva ancora rabbrividire; aveva percepito la forza della sua magia e delle sue armi, anche se non gli era sembrato pericoloso o malintenzionato. Si era dimostrato diffidente inizialmente, ma poi aveva preso pietra e messaggio.
Non che Kedoreth fosse rimasto lì per sapere cosa vi fosse scritto.
Ma si scoprì comunque a pensare se avesse fatto bene a consegnare quegli oggetti.
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Alcar s’inginocchiò.
Il sacro rito di evocazione era iniziato. Lui e tutto il suo popolo si trovavano nel Tempio dei Venti, e precisamente nella Sala Tempestosa. Lui e gli altri trenta giovani della Guardia del Mare, scelti dal Sommo Sacerdote per assisterlo, stavano l’uno accanto all’altro e levavano il loro canto verso lo specchio d’acqua rotondo che si trovava sul soffitto, sfidando tutte le leggi della gravità. Purtroppo la colonna Ventosa che normalmente collegava la fontana posta sotto di esso allo specchio d’acqua del soffitto non era più. Era svanita sin dal triste giorno dell’assalto al tempio. Dal giorno in cui tutti i sacerdoti del suo popolo avevano trovato la morte in un'unica letale notte. Il tempio sacro era stato profanato e solo il Sommo Sacerdote era scampato, perché in quel momento era a consiglio con il principe del suo popolo.
Chiazze di sangue ancora lordavano il pavimento di marmo bianco del tempio, e mai sarebbero state lavate sino al giorno in cui il vile atto sarà stato vendicato e la colonna Ventosa ripristinata.
Il rito che si stava compiendo era stato ordinato dal Sommo Sacerdote in persona, per cercare il consiglio della Dea dei Venti, che aveva affidato loro il compito di preservare quella fondamentale fonte Ventosa, una della poche di tutto il Piano Materiale. La Dea avrebbe scelto dieci campioni fra i guerrieri più forti della sua gente, i quali sarebbero assurti al rango di Campioni Elementali e avrebbero vagato incessantemente per tutto il mondo conosciuto alla ricerca dei colpevoli. In seguito avrebbero poi dovuto compiere l’impresa più difficile: trovare il Sacro Dragone dei Venti, figlio della stessa Dea e convincerlo a donare il suo sangue per ripristinare la fonte… oppure ucciderlo, perché la fonte era persino più importante della vita del figlio di una dea. Un’impresa titanica. Alcar si scoprì quasi lieto di non far parte dei migliori guerrieri del suo popolo, mancava ancora dell’esperienza necessaria ed era fin troppo giovane. Gli altri giovani come lui avevano quale unico scopo quello di assistere nel compimento del rito.
Il rituale si protraeva da ore. Uno alla volta i suoi compagni si erano avvicinati alla fontana per versarvi alcune delle ultime ampolle di Vero Vento che rimanevano, onde permettere ad uno dei servitori della Dea di ergersi dalle acque e venire in mezzo a loro, con tutta la sua saggezza. Era arrivato il suo turno. A passi lenti si avvicinò al margine della fontana, l’ampolla di sottile vetro fatato appoggiata lievemente nell’incavo delle mani congiunte. Salì i tre gradini di marmo bianco e gettò lo sguardo alla superficie dell’acqua della fontana. Essa si sollevava e si abbassava, fluiva in piccoli vortici rapidi e formava sfuggenti cerchi concentrici, in una danza incantevole e magica, provocata dal Vero Vento che si era fuso con essa. Versò la sua ampolla e l’acqua si tinse di brillante color azzurro argento, assumendo una consistenza quasi metallica. Piccoli vortici e turbini d’aria si muovevano selvaggi sulla superficie cristallina. Si allontanò immediatamente a testa bassa, camminando all’indietro sino a tornare nel semicerchio dei suoi compagni.
Le loro voci tornarono a levarsi alte, seguendo la traccia data dal Sommo Sacerdote, e amplificandone il volume esponenzialmente, sempre di più, sempre più forte, ergendosi come un’ondata di piena… finché tutto tacque, in un silenzio di trepidante attesa.
L’argentea acqua si sollevò sempre più alta, sospinta da un vento impetuoso, sino a due metri sopra il bordo della fontana. Lentamente prese forma, modellata dai Venti nella figura imponente e statuaria di una giovane fanciulla elfica. La superficie della sua pelle traslucida scintillava e si muoveva rapida come un torrente montano. Il rito di evocazione aveva funzionato, e l’Avataar della loro Dea era in mezzo a loro. Lentamente i guerrieri del suo popolo, candidati all’onore di Campioni Elementali, avanzarono e li oltrepassarono, passando in mezzo ad Alcar e ai suoi compagni. Lui reclinò il capo in segno di deferenza verso quei sommi guerrieri, simbolo della forza e della determinazione della sua gente.
L’Avataar girò lentamente su se stessa, osservando gli elfi guerrieri inginocchiati intorno a lei, senza produrre suono alcuno, se non il morbido spirare del Vento. Lentamente tornò a fissare il Sommo Sacerdote, inginocchiato anch’esso sui gradini. Poi cominciò ad avanzare, scivolando oltre il bordo della fontana e giù dai gradini di marmo. Avanzò verso uno dei guerrieri e indugiò un istante osservandolo con gli splendidi occhi cristallini. Tutti gli elfi attesero, col fiato sospeso, la nomina del loro primo Campione.
Ma l’Avataar passò oltre.
Tutti rimasero esterrefatti, ma non osarono profferire parola alcuna mentre l’immagine terrena della loro Dea avanzava alla volta dei trenta giovani inginocchiati più indietro. Alcar sollevò lo sguardo e la vide per la prima volta. Era ferma dinanzi a lui e il giovane elfo pensò che fosse la cosa più bella che avesse mai visto. Aveva voglia di allungare una mano e sfiorarla, ma non osava arrivare a tanto.
Fu lei a toccarlo. Le sue dita erano fresche, e piene di calore vitale allo stesso tempo. Una lieve brezza l’avvolse, e d’improvviso Alcar fu uno solo con il Vento. Mai aveva provato una sensazione tanto bella. Il suo cuore smise di galoppare e fu infuso da un prorompente senso di tranquillità; la sua anima era come aria immota, pronta per essere modellata… e lui non desiderava altro.
“Alzati mio giovane Campione.”, la voce dell’Avataar risuonò sussurrante nella sua mente. La voce stessa del Vento. Senza esitare Alcar si erse. Ora lo stava fissando dritto negli occhi, e lui si perse nelle profondità di quello sguardo. In quel momento giurò eterna fedeltà all’immagine che quell’essere tanto meraviglioso rappresentava, giurò di partire solo e di non avere mai pace sino al giorno in cui la sua missione sarebbe stata compiuta. Giurò, e nonostante la sua giovane età, quel giuramento non era un peso per lui.
Non sapeva da quanto tempo era lì in piedi. Ma nel frattempo tutto il tempio si era svuotato, tranne che per lui e gli altri nove suoi giovani compagni, che con lui erano stati scelti. Anche gli altri avevano giurato, lo sapeva. Sarebbero tutti quanti partiti, in direzioni diverse, per quel vasto mondo che loro non conoscevano… e in fondo temevano.
“Non abbiate paura miei giovani Campioni, perché voi siete stati toccati dalla Dea e cavalcherete il suo Vento. Ora andate.”
Alcar si avviò verso l’uscita con gli altri, ma il Sommo Sacerdote lo afferrò per un braccio. “Tu vieni con me, giovane Alcar.”
Interdetto, lui lo seguì. Lo condusse in un’altra sala del tempio, dove trovò un bellissimo arco di quercia argentea ad attenderlo, insieme ad uno zaino con l’equipaggiamento per il viaggio. Il Sommo Sacerdote gli porse poi un libro.
“Qui troverai i precetti fondamentali della nostra Dea, e tutto quanto abbisognerai per intraprendere la via del Campione Elementale. Il tuo ruolo è storico giovane elfo. Mai Campioni così giovani sono stati nominati, e soprattutto mai la nostra gente è stata in un pericolo più grande. Ma non ho mai dubitato delle scelte della nostra Dea, e di certo non comincerò ora.”
In quel mentre altre tre figure oltrepassarono la soglia della porta ad arco della stanza. Due elfi Guardiani accompagnavano una terza figura, che ben evidentemente non era uno di loro. Alcar lo guardò stupito. Si trattava di un cavaliere mezz’elfo, un possente guerriero a giudicare dalla lucente armatura completa di mithril e dall’imponente spadone che teneva dietro le spalle, sopra al bianco mantello.
“Questo cavaliere è giunto qui poco prima dell’inizio del rituale, Alcar. Dice di averti sognato…”
“Ma…”, cercò di dire il giovane. Fu interrotto.
“… e io, per motivi che ora non starò qui a spiegarti, mi fido di lui. Ora va’, raccogli il tuo equipaggiamento e segui i due guardiani. È fondamentale che tu parta già questa sera, a differenza degli altri. Buona fortuna giovane Alcar…”
“… buona fortuna giovane Campione.”
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Belkas si destò dal suo dormiveglia.
Erano giorni che si trovava in quella situazione, senza un’apparente via di uscita, sempre in bilico fra follia e ragione. Gli occhi rossi di un ratto lo fissavano dall’angolo opposto dell’angusta cella in cui lo avevano rinchiuso. Non vedeva nessuno da troppi giorni ormai, lo avevano lasciato lì seminudo, senza cibo, senz’acqua, con i polsi e le caviglie incatenate. E aveva anche la febbre, una febbre molto intensa, che si mescolava lentamente con i primi sintomi di cedimento mentale.
Sua moglie, Lauryn, la sua dolce Lauryn, madre di un figlio non ancora nato… non era più. L’avevano passata a fil di spada davanti ai suoi occhi increduli, e lui l’aveva sentita urlare, un urlo quasi sovrannaturale, perché Belkas poteva giurarlo, nell’urlo della moglie si fondeva quello di suo figlio, un figlio che ormai non sarebbe mai stato. Poi era svenuto, e quando si era svegliato si trovava già li, non ricordava altro, ma l’ultimo suono emesso dal suo amore gli rimbombava nel cranio, provocandogli un dolore quasi fisico che lentamente lo stava uccidendo. Lo sapeva, era solo questione di tempo.
Inizialmente la presenza di Iris, sua amica, l’aveva aiutato non poco. Dolce Iris… stupida Iris. Avevano arrestato anche lei. Come l’aveva vista arrivare, il secondo giorno di prigionia, col bel volto tumefatto, sapeva già che cosa aveva tentato di fare e non era sorpreso che avesse fallito. Suo fratello era troppo crudele per non aver pensato ad eventualità di questo tipo…
Aveva freddo, tanto freddo, e non riusciva ad arrestare il tremore. In un attimo di lucidità tentò di girarsi, almeno per vedere se Iris c’era ancora, se era cosciente. Come mosse le braccia però gli anelli delle catene gli riaprirono le ferite dei polsi; ne uscì sangue misto a pus e il dolore fu lancinante. Tutto tornò a tingersi di nero… e svenne, sperando di morire rapidamente.
Si destò che il freddo era sparito, anzi, provava una strana sensazione di calore al petto. Aprì gli occhi e notò una figura china su di lui, indistinta nella flebile luce di quei terribili sotterranei. In principio ebbe paura, ma non riusciva a muoversi, era troppo debole, e poi… quella strana luce dorata che avvolgeva le mani dell’uomo lo stava facendo sentire lentamente meglio. Poteva avvertire le sottili dita di energia calda diffondersi nel suo corpo, lentamente ma inesorabilmente, ricacciando indietro i viticci della malattia… sì, stava recuperando un po’ di forze. La vista gli si snebbiò e lui se ne accorse: i suoi polsi e le sue caviglie erano liberi, le sue braccia distese lungo il corpo.
Sollevò lo sguardo e finalmente poté distinguere il volto dello straniero. Un mezz’elfo come lui, dagli occhi pieni di tormento, ne era certo… ebbe di nuovo paura. Cercò di strisciar via lateralmente, ma il mezz’elfo gli bloccò le spalle gentilmente e sorrise.
“Non hai nulla da temere Belkas.”
“Chi… chi sei ?”, mormorò lui. Erano le prime parole che pronunciava da giorni e uscirono dalla sua bocca in un flebile sussurro. Aveva la gola riarsa.
Lo straniero armeggiò con la cintura e gli porse una sacca di pelle, avvicinandogliela alle labbra. Percepì lo speziato odore del Vino del Sud, anche fra il puzzo di sangue e escrementi che inondava l’ambiente. Squadrò il mezz’elfo, ma quello si limitò a sorridere e a fare un cenno col capo in direzione della bisaccia.
Belkas cedette e, afferrata la sacca con due mani, bevve avidamente. Il liquido soave gli scese giù per la gola fin nello stomaco, che ebbe un violento sussulto. Si girò di lato e vomitò. Sempre sorridendo in modo stentoreo lo straniero gli cinse le spalle con un braccio e lo aiutò a mettersi seduto. Provò a bere di nuovo, con più calma, e stavolta il suo stomaco non si ribellò, accettando quel liquido tepore. Il vino gli fece bene.
Mentre beveva, lo straniero gli afferrò le caviglie con le mani, facendolo sussultare. Percepì poi il calore, unitamente alla strana sensazione della pelle che si suturava e il dolore sordo svanì. Poi fu la volta dei polsi.
“Non esagerare per almeno un paio di giorni.”, gli suggerì lui. Belkas lo osservò, riconoscente.
Il mezz’elfo si sollevò in piedi e pronunciò alcune parole sommesse. Subitaneamente la stanza si rischiarò di una lieve luce bianca e Belkas poté finalmente distinguerne i lineamenti. Era alto e statuario, con lunghi capelli color del grano che gli ricadevano sul mantello bianco. Era bello e i suoi occhi color del ghiaccio lasciavano trasparire determinazione e sicurezza. Vestiva un’armatura completa color del mithril, finemente lavorata, e da dietro le spalle si protendeva la lunga elsa di uno spadone. Al collo percepiva una strana energia magica, che si irradiava da una pietra nera, appesa con una catena d’oro. Quella forza incuteva paura e timore.
“Mi… mi vuoi uccidere?”, fu tutto ciò che Belkas riuscì a dire.
“Se veramente ti avessi voluto vedere morto, non avrei dovuto far altro che lasciarti qui, non credi?”
“Chi sei allora?”
“Il nome del messaggero non è importante.”, concluse lui. Poi raccolse un sacco che aveva accanto agli stivali di metallo e lo gettò fra le braccia di Belkas. “Alzati e vestiti, non abbiamo molto tempo, devi partire.”
In quel momento Belkas si ricordò di Iris. Lasciò il sacco dove stava e si alzò con difficoltà. Iris era ancora seduta contro la parete della cella alla sua sinistra, il volto insanguinato e un labbro spaccato. Solo le catene, saldate alla parete sopra la testa di lei, la tenevano seduta. Le braccia erano coperte di sangue e i polsi martoriati, doveva aver cercato di liberarsi. Belkas si avvicinò e le prese il viso fra le mani tremanti. Aveva la pelle fredda ed era incosciente, ma le vene del collo davano ancora un lieve battito.
Si girò a guardare lo straniero, che se ne stava lì in piedi ad osservarlo, un’espressione curiosa sul viso e… sempre quel velato tormento che incupiva i suoi lineamenti.
“Aiutala, ti prego.”
“Non c’è tempo.”, fu la risposta dello straniero.
“Non mi muoverò senza di lei.”
Calò il silenzio, per lunghi interminabili istanti. Poi il guerriero alzò le mani dietro le spalle e lentamente estrasse il lungo spadone. La lama riluceva di un bagliore azzurrino, Belkas ne percepì la potenza, si trattava certamente di un antico artefatto. Ebbe paura quando si avvicinò con l’arma in pugno. Poteva vedere che la lama era bagnata di sangue fresco…
Cercò di ricordare le parole di un incantesimo di protezione, ma aveva la mente ancora annebbiata dalla malattia e le parole gli sfuggivano. Abbracciò l’amica per proteggerla mentre la lama della micidiale arma calava su di loro. Il secco lamento del metallo che si spezzava fu tutto ciò che sentì, assieme al peso del corpo di Iris che si afflosciava fra le sue braccia.
“Fatti da parte.”, disse lo straniero pacatamente. Stava rinfoderando l’arma.
Senza discutere sdraiò gentilmente a terra il corpo di Iris e tornò verso il sacco, sempre tenendo d’occhio il guerriero, che si era chinato sulla ragazza e teneva le mani avvolte di luce dorata sopra il petto di lei.
Belkas aprì il sacco e vi trovò dentro la sua tunica da mago, compreso il mantello con lo stemma della sua casata, un pegaso argentato in campo blu. La vista di quell’abito gli riportò alla mente i ricordi di alcuni giorni fa, quando lui solo, aveva osato sollevarsi di fronte al sopruso del fratello maggiore Keldar, che, dopo essersi adoperato per la morte del fratello, aveva trovato il modo di portare la morte anche a loro padre, usurpando il trono. Ricordò la bruciante delusione nel constatare di essere solo, nessuno aveva osato ergersi insieme a lui, all’interno del Consiglio dei Nobili. Neanche il suo mentore, consigliere del re. Tutti erano rimasti silenti e lui aveva pagato… oh, sì, aveva pagato caro il suo atto d’onore e la sua veemente accusa nei confronti del fratello.
Ricacciò momentaneamente quei pensieri in un angolo della sua mente. Era in piedi, finalmente vestito, le gambe lo sostenevano di nuovo, anche se polsi e caviglie bruciavano. Il mezz’elfo aveva finito con Iris e le stava curando i polsi dalle ferite inflitte dalle catene. Incrociò gli incredibili occhi chiari della ragazza, che lo stavano fissando. Non riusciva a capire che cosa lei stava pensando, ma inevitabilmente la sua espressione lo riportò a qualche mese prima, al giorno in cui l’aveva vista trattenere le lacrime quando lui le aveva dovuto dire che suo padre aveva combinato il suo matrimonio con Lauryn.
Iris aveva aperto gli occhi ed era rimasta ad osservare il volto del mezz’elfo che la stava curando. Non era Belkas, lui si stava vestendo poco più in là. Lo vide mettersi il mantello sulle spalle, al contrario, col simbolo del pegaso nascosto… povero Belkas.
In quel momento i suoi occhi incrociarono quelli del giovane e gli riportarono alla mente il suo tentativo avventato di dare la morte all’usurpatore, al fratello del suo… amico. Era stata troppo imprudente, come suo solito. Sarebbe stato meglio aspettare almeno qualche giorno, ma non poteva permettere che Belkas fosse lasciato a morire in quelle segrete. Se lei fosse riuscita ad uccidere l’usurpatore, allora Belkas, il terzogenito, sarebbe divenuto l’erede legittimo al trono e sarebbe stato salvo. Aveva avuto una sola occasione prima che le guardie reali la tramortissero con un violento colpo alla testa, ma il pugnale che aveva lanciato in direzione dell’usurpatore seduto sul letto era stato un colpo impreciso e l’aveva solo ferito alla spalla… qualche centimetro più in là e tutto sarebbe stato diverso ora.
Mentre il guerriero mezz’elfo finiva di curarle i polsi, si ricordò di essere ancora vestita con il suo abito scuro e aveva indosso le sue armi. Evidentemente non avevano ritenuto che lei avesse qualche chance di liberarsi da sola. In effetti si era incisa profondamente i polsi nel tentativo di sfuggire alla morsa degli anelli di ferro che la tenevano attaccata alle pareti, ma questi ultimi erano troppo stretti. Si sentiva ancora debole, ma era indubbio che la magia del mezz’elfo l’avesse aiutata non poco.
Una volta in piedi vide che Belkas veniva verso di lei e abbassò lo sguardo a terra. Prima di essere lasciati a morire nella medesima cella, non si erano visti per mesi. Sin dal giorno in cui lui le aveva detto che si sarebbe sposato. Era rimasta colpita da quell’annuncio e si era scoperta a tal punto legata all’amico da dover trattenere le lacrime, per paura che ogni cosa sarebbe cambiata da quel giorno in poi.
Lei era sempre stata una ribelle, non apprezzava la vita da nobili a cui avrebbe dovuto assoggettarsi, sin da quando era piccola. Per quel motivo aveva cercato ogni forma di evasione dalla realtà che altri tentavano di costruirle intorno, con l’aiuto del suo amato fratello. La vita che faceva ora le piaceva molto di più, anche se doveva farlo in segreto. A parte il fratello, l’unica persona a sapere della sua ambigua posizione era sempre e solo stato Belkas. Lui l’aveva vista crescere e lei aveva subito capito che anch’egli era diverso dagli altri. I libri, la magia e i suoi studi mostravano una perseveranza senza pari e, a modo suo, era anche lui un ribelle. Un ribelle nei confronti dell’apatico mondo in cui vivevano. Almeno aveva un ideale.
Belkas le cinse le spalle con un braccio. Sussultò lievemente a quel contatto. “Stai bene?”, sussurrò lui. Fece un cenno di assenso col capo. “Sei stata una pazza a tentare ma… grazie.”
“Mi spiace dovervi interrompere”, era lo straniero a parlare, “ma dovete partire.”
Si voltò e prese un oggetto che era appoggiato alle sbarre della prigione. “Prendi Belkas”, disse mentre gli lanciava qualcosa. Il giovane mago afferrò al volo il suo bastone e sorrise per la prima volta da giorni, mente apprezzava il famigliare contatto della solida asta di cristallo.
“Seguitemi, svelti!”, disse lui con voce urgente.
I due giovani si affrettarono a seguire lo straniero fuori della cella e lungo il corridoio. In fondo allo stesso, con la schiena contro i gradini di pietra delle scale, giaceva in una pozza di sangue il corpo senza vita di una guardia. Belkas non gli lanciò che una rapida occhiata e poi cominciò a salire i gradini a due a due, Iris passò oltre. Seguirono il mezz’elfo lungo numerosi corridoi e su per altrettante rampe di scale; qua e là vi erano i cadaveri di alcune guardie.
E poi improvvisamente furono fuori. Sopra di loro non c’era più un tetto di pietra, ma solo la volta scura del cielo, con stelle sparpagliate in modo apparentemente casuale. Inspirarono avidamente la fresca aria notturna, sentendosi per un momento rinascere.
“Montate in sella.”
Il mezz’elfo teneva nella mano sinistra le redini di due agili giumente color marrone chiaro, con coda e criniera crema. Iris montò subito in sella e cominciò a saggiare l’animale. Era davvero una gran bella bestia. Belkas invece se ne stava fermo con le redini in mano, guardando il guerriero.
“Non fare domande, monta e và. Un giorno avrai le tue risposte…”
“Ma…”, cominciò Belkas dirigendo lo sguardo verso la città ai piedi della collina su cui stavano le segrete.
“… e la tua vendetta sull’usurpatore.”, finì lui afferrandogli gentilmente il polso.
Belkas montò a cavallo e Iris condusse la sua giumenta accanto a lui.
“Questa è Myleen, e la cavalla della tua amica Eila’daar. Sono destrieri degli elfi, vi condurranno veloci e sicuri verso il confine nord di Timea. Nella sacca da sella c’è un po’ di cibo e oro, e qualche erba che guarirà definitivamente la tua malattia, Belkas… o quantomeno quella fisica. Non voltatevi mai indietro, cavalcate di notte e riposate di giorno. La donna saprà come fare per passare inosservati. Dirigetevi alla città libera di Fahlen, a nord, e presentatevi a casa di Lord Eldoran, io vi raggiungerò lì se del caso, altrimenti lui ha già tutte le istruzioni. E ora andate!”, sul volto del guerriero passò un’ombra di sofferenza, che Belkas non poté fare a meno di non notare… quella pietra…
“Ma…”, cercò ancora di dire il giovane mago.
“Ho detto andate!”. Il tono di voce era secco e perentorio e non ammetteva repliche. Lo straniero si voltò e si diresse verso un possente stallone nero, fermo poco distante.
Senza ulteriore indugio Belkas spronò la giumenta e Iris lo seguì. Non c’era dubbio, era decisamente uno splendido animale. Il vento gli scarmigliava i lunghi capelli mentre oltrepassava i cancelli della Torre Nera, le segrete del reame.
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