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Alba
Luce e Ombra.
Lingue di Fiamma nell’Oscurità.
Una colonna di Fuoco si levava dalla Fonte sino a raggiungere la volta di pietra della caverna. Ombre danzavano intorno al Fuoco sulle pareti antiche, pallidi spettri di un passato senza tempo, e di un ricordo senza nome. La Danza della Fiamma perdurava, immutata nei secoli dei secoli, sin dai tempi immemori in cui le Razze non erano che un’idea, una parte di un disegno più grande, smarrita nella mente di una qualche Divinità dimenticata.
Una vasca di onice purissima conteneva l’Elemento liquido dal quale sorgeva la colonna. Oro e rubino brillanti come sole, fusi insieme dalla volontà Divina. Elemento supremo, Elemento puro, Vero Elemento. Non apparteneva a questo mondo, ma il mondo esisteva grazie ad esso.
Facile per una mente sprovveduta confonderlo col suo pallido riflesso, il fuoco, così come conosciuto dalle genti, amato e temuto al tempo stesso, fonte di vita e dispensatore di morte. Ma pur sempre nulla più che una flebile immagine della sua vera Identità.
Come lui, altri cinque Elementi Puri: Acqua, Ghiaccio, Luce, Vento e Terra. Sei in uno, uno in sei. La formula della Vita e della Morte. Eterna ruota, eterno circolo, bilancia di tutti gli esseri viventi.
Un cerchio di sei diviso in due triadi, in modo apparentemente artificiale, e tuttavia da sempre sortiva i suoi effetti come fosse uno. La nascita di un Elemento era il rinnovamento del secondo e il deperimento del terzo. Morte, nascita e rinnovamento, l’eterno circolo, l’Equilibrio perfetto.
Straordinario come la vita degli esseri viventi non fosse altro che una metafora di quel meccanismo, che della vita stessa era la fonte.
Da come gli Elementi si combinavano fra loro dipendeva il senso di rotazione di quell’eterno processo. La forza Creatrice e quella Distruttrice. Luce e Ombra. L’Aether e il Nether. Il punto di Equilibrio dell’equazione.
Ma che cosa si celava dietro i misteri degli Elementi, della Creazione e della Distruzione, della vita e della morte? Quale il punto di arrivo dell’interminabile ricerca della Conoscenza? Quale il tributo da pagare per il raggiungimento di quell’Equilibrio?
Pochi sanno, ancor meno ricordano e solo Uno non dimentica.
La luce danzava sul viso dell’Unico, giocando con le ombre, ricacciandole negli anfratti bui scavati lungo i limpidi lineamenti di quel volto senza età. Un volto quasi angelico, ma al tempo stesso privo della dolce e rassicurante fragilità umana.
Gli occhi chiarissimi di Lui riflettevano il Vero Fuoco della colonna e nel movimento selvaggio delle Fiamme su quella superficie cristallina si leggeva perfettamente l’agitarsi dei pensieri nella sua mente. Quante volte aveva combattuto per difendere i misteri che dovevano rimanere celati? Quante vite aveva visto spegnersi nel nome di Dei capricciosi e irriverenti, impietosi di fronte alla sofferenza umana? Quante volte aveva sacrificato pezzi della sua anima nell’assolvere ciò che aveva sempre creduto essere un Sacro Dovere?
Tante. Troppe.
Chiunque avrebbe perso il conto. Chiunque avrebbe abbracciato il facile conforto dell’abitudine e di una pia indifferenza. Chiunque avrebbe scelto alla fine di piegarsi al destino ingrato che gli era stato riservato dagli Dei. Chiunque avrebbe imparato a dimenticare.
Ma non io.
Gli avevano preso l’anima, l’avevano spezzata, lacerata, strappata via un pezzo alla volta come fosse null’altro che brani di carne di un soldato esanime rubati dall’impietoso becco di un corvo nero. Un pezzo alla volta, uno per ognuno degli amici e dei fratelli persi in quella battaglia che per Lui sembrava non dovesse mai avere fine.
O forse si.
In innumerevoli occasioni, aveva pregato, scongiurato e implorato gli Dei di prendersi anche la sua di vita, di porre fine a quella sofferenza, alla maledizione dell’immortalità. Una per ognuna delle vite erette a tributo della preservazione di quel sacro Equilibrio, strappate come le foglie morenti di un albero trascinate via dal vento autunnale. Abbandonate al ricordo sbiadito dei fogli di pergamena, o a quello della mente incostante di un vecchio.
Il silenzio.
Quella era stata la risposta alle sue preghiere. L’unica risposta di cui l’avevano degnato. Un silenzio pesante più di mille parole dette con odio e disprezzo.
Anzi, dopo la Sua anima avevano cercato di portarsi via anche il suo Cuore.
Un’immagine fugace si delineò per un istante nei pensieri di Lui, un solo volto, un solo ricordo in quell’ultimo terribile attimo. Due parole. Non dimenticare. E una terza rubata dall’ultimo respiro esalato da una vita spezzata …
Fu lesto a ricacciare indietro quel pensiero. La rimembranza di una luce che per breve tempo aveva rischiarato il cielo plumbeo della sua lunga vita.
Nient’altro che candele abbandonate alla furia del vento. Tanto siamo per i maledetti Dei. Per ognuna di esse che si spegne, un’altra ne prende il posto. Su questo possono fare affidamento.
L’anima potevano prendersela, ma non avevano il diritto di esigere anche il suo Cuore. Se lo sarebbe tenuto stretto, a costo di doverselo portare dietro nell’Abisso che gli era certo destinato il felice giorno in cui la morte l’avrebbe finalmente raggiunto.
La decisione era ormai stata presa e indietro non poteva in ogni caso tornare. L’Equilibrio sarebbe stato rotto, uno dei piatti della bilancia appesantito e le catene di Lui finalmente spezzate.
In ogni caso, quale scotto avrebbe pagato a seguito delle sue azioni? Che cosa mai potevano ancora togliergli? La risposta era semplice per Lui.
Nulla che non si siano già presi.
Una volta tirate le somme, che cos’era il Bene e che cos’era il Male? Nient’altro che costruzioni della mente umana, l’espressione di un irrefrenabile bisogno di trovare qualche cosa da cui sfuggire e un luogo sicuro in cui trovare riparo. Falsi ideali, molto utili per guidare a piacimento gli sciocchi e gli sprovveduti, ma null’altro che una mera questione di punti di vista agli occhi di una mente illuminata.
Ad ogni modo Lui non era né uno sciocco, né uno sprovveduto. Aveva visto abbastanza nel lungo corso degli anni della sua vita per comprendere quanto bastava i piani dei due eterni schieramenti, per capire che cosa volessero realmente dagli esseri inferiori che popolavano Gaea. Aveva visto cosa si celava dietro il velo dell’ignoranza, la coltre del misticismo, il fumo gettato negli occhi dalle religioni che smuovono le masse.
Nessuno dei due schieramenti avrebbe mai avuto la vittoria definitiva. Nessuno poteva esistere senza l’altro. Chi avrebbe mai potuto dire che cos’è l’alba senza avere la percezione di quel che è il tramonto? Due facce della stessa moneta, nient’altro che questo. Esattamente come gli Elementi, in eterna lotta fra loro, senza che nessuno di essi possa prendere veramente il sopravvento sull’altro, pena la distruzione di entrambi.
Quella lotta non avrebbe mai avuto fine, indipendentemente dalle sue azioni, ne era perfettamente cosciente. Un eterno Equilibrio da preservare, in ogni caso, senza remore, anche a costo di atroci sofferenze.
Le mie sofferenze e quelle di molti altri come me.
Era ora di porre un freno a tutto ciò. Di alterare l’Equilibrio, di cancellare la sofferenza. Almeno su Gaea, così che Lui potesse finalmente vivere, e possibilmente morire, in pace. Nessuna vittoria definitiva dell’uno sull’altro, non era certo possibile. Bastava spezzare il maledetto Equilibrio. Era stufo di fare parte di quel gioco. Perché alla fine proprio di questo si trattava.
Solo un gioco.
Sin dal primo momento aveva capito in cuor suo quale dei due eterni combattenti avrebbe accettato una tale irriverenza. Un simile affronto. Una tanto palese violazione delle regole del gioco.
Nella sua mente tuttavia non albergava rimpianto alcuno. Aveva fatto una libera scelta.
Indietro non si torna.
Con movenze quasi solenni Egli avanzò in direzione della Fonte. Per lunghi attimi rimase immobile a contemplarne la perfezione e la bellezza, simbolo imperituro della forza racchiusa in essa e nel piano da cui traeva la sua essenza. Per un attimo si chiese se gli occhi dell’iraconda divinità a cui apparteneva fossero fissi su di Lui in quel preciso istante.
Lentamente sfilò il guanto della mano sinistra e con essa sfiorò la superficie di onice del bacino. Come d’abitudine un brivido gli corse lungo la schiena mentre faceva scivolare le dita su quella superficie levigata, fredda al tocco, a dispetto del liquido che conteneva.
La sensazione che provava era invitante, lo spingeva a voler saggiare anche il contenuto, dopo il contenitore. Si domandò quanti avessero azzardato una tale sciocchezza in passato. Ma Lui sapeva quali sarebbero state le atroci conseguenze di un simile gesto.
Sollevò la mano e per un momento la tenne sospesa al disopra della liquida fiamma. Nessun calore si sollevava da essa, ma i suoi sviluppati sensi arcani lo avvertivano della potenza della magia imprigionata nella Fonte. Mille campanelli di allarme risuonavano nella sua mente allenata.
Ritrasse la mano. Con gesto misurato si sfilò anche il secondo guanto e li ripose entrambi nella borsa che portava legata intorno alla vita.
Basta tergiversare. Il momento è giunto.
Portò le mani all’altezza del collo e sfilò il medaglione con la pietra di colore scuro che indossava. Un sorriso gli increspò le labbra sottili al famigliare contatto con la liscia superficie della mistica gemma. Percepiva con chiarezza il potere sopito al suo interno, al pari di una belva in attesa, nella sua tana, del richiamo del padrone che l’avrebbe risvegliata da quel sonno.
Tenendo la gemma nell’incavo delle mani cominciò ad intonare le parole che tanto bene conosceva. Parole antiche, parole dimenticate, specchio di una civiltà che fu immensamente potente e che ora si ritrovava sull’orlo del definitivo oblio. Parole terribili che in pochi oserebbero pronunciare.
E lui era uno di quelli.
Mentre cantilenava quei versi poteva percepire l’Antica Magia crescere, come la marea al richiamo della luna, rabbiosa al pari di un fiume in piena dopo una tempesta. Incanalato dalla forza di volontà dell’Unico verso le sue mani protese, l’Arcano risvegliò la gemma che cominciò a pulsare impercettibilmente, emanando strali di luce turchese.
Altre quattro paia di occhi ammantati di oscurità osservavano il rituale da debita distanza, in attesa nel buio degli anfratti reconditi della cavità di pietra. Occhi ansiosi e timorosi al tempo stesso, incapaci di compiere qualsiasi gesto atto a disturbare il corso degli eventi, così come magistralmente orchestrati dall’Unico.
Il tempo pareva essersi arrestato mentre il rituale veniva portato a compimento. L’Arcano ormai avvolgeva la figura di Lui dalla testa ai piedi, ammantandolo in una luce simile ad un magnifico arcobaleno. Uno spettacolo impressionante, ma terribile al tempo stesso. Il potere assorbito da Gaea aveva l’effetto di una droga su di Lui, come ogni volta. Scivolava al pari di un pendolo fra sommo piacere e profondo dolore. Rimaneva sempre colpito da quanto fosse sottile e impalpabile la linea che separava il dolore dal piacere. Un altro pezzo della sua Essenza se ne stava andando. E tuttavia non avrebbe mai potuto privarsi di quell’esperienza. Ne anelava la sensazione di potere.
Nelle mani di Lui, la pietra aveva nel frattempo assunto una colorazione verdastra, pulsante di luce nera. Il Nether, il nulla, la non-vita. Essenza della distruzione.
Cessò l’incantesimo e, lentamente, la marea defluì, lasciando dietro di sé solamente quella tanto famigliare sensazione di svuotamento alla quale non si sarebbe mai abituato. Ansimò leggermente, mentre i suoi sensi tornavano a percepire il buio della caverna e la luce della Fonte davanti a lui.
Ma non era ancora finita. Aveva attivato il cerchio distruttivo e gli Elementi racchiusi all’interno della pietra vorticavano annientandosi l’un l’altro, troppo potenti per essere impiegati nello spegnimento di una singola Fonte.
Concentrandosi isolò l’Acqua, la sola in grado di cancellare il Fuoco. Gli Elementi si divisero al suo comando, cessando per un attimo di distruggersi vicendevolmente. Una singola goccia di Vera Acqua riluceva ora nel cuore della gemma verdastra. Tanto sarebbe bastato per contaminare la Fonte di Vero Fuoco.
Alto Elemento cominciò a fluire dalla gemma, avvolgendo le mani di Lui. Agli occhi di uno stolto sarebbe parsa della semplice acqua, ma non ai suoi. L’Alto Elemento era solo un gradino sotto il Vero Elemento, solo leggermente contaminato dagli altri cinque, ma da quello sapeva proteggersi. E lo avrebbe a sua volta protetto per breve tempo, solo il tempo necessario, dal potente influsso del Vero Fuoco.
Colmò dunque la breve distanza che lo separava dal bordo del bacino e, la pietra nelle mani, si sporse verso la Colonna di Fuoco al centro del medesimo. La Fiamma ruggiva impotente andando incontro al suo destino. Trattenendo il respiro, affondò le mani congiunte all’interno della Fonte e attese. Nella sua mente immaginò la goccia di Vera Acqua che veniva liberata dalla pietra, valutando il tempo necessario affinché il Fuoco venisse irrimediabilmente contaminato.
Nel buio della grotta, gli occhi che lo osservavano si ritrassero ancor di più dietro le rocce e, in quel momento, si chiusero.
Un profondo respiro, un attimo di silenzio assoluto.
Poi le sue mani si ritrassero, con la gemma che ora era tornata di nuovo buia, come da principio. Fece qualche passo indietro mormorando un incantesimo di protezione. Una sfera di energia arcana lo avvolse.
Appena in tempo.
Si udì un gemito, come un pianto sommesso, dapprima lieve e poi sempre più forte. Venature di limpida Acqua eruppero dal cuore della Colonna di Vero Fuoco, mischiandosi ad essa, spegnendo la Fiamma al loro passaggio. L’oro e il rubino cedevano terreno al nero della lava solidificata. Il processo era in atto e non poteva più essere arrestato. In breve tempo le venature scure raggiunsero il bacino della Fonte e la volta della caverna. La Magia, non più trattenuta, si liberò improvvisamente in un’esplosione.
L’onda d’urto sgretolò lo scudo protettivo che Lui aveva eretto a sua difesa, mandandolo a sbattere contro la fredda roccia della caverna. Esalò d’un colpo tutta l’aria contenuta nei polmoni, con un gemito di dolore. Non fosse stato per la sua Magia, probabilmente sarebbe morto, ne era cosciente. Si rialzò, osservando il risultato della sua opera.
Blocchi di pietra lavica scura ingombravano la vasca di onice e la vivida Colonna, che solo fino a qualche istante prima si sollevava maestosa sino alla volta della caverna, si presentava ora nera e avvizzita. Morta. Alla vista di quello spettacolo, un senso di tristezza lo pervase per un istante, ma Egli fu rapido a respingerlo là da dove era venuto.
Rimettendosi al collo il medaglione con la gemma, si diresse nuovamente verso il bordo della Fonte. Al centro di essa vi era ora un profondo pozzo, dentro il quale la colonna annerita si perdeva nell’oscurità.
Bene. Anche questo passaggio è aperto. Ma il lavoro da fare è ancora lungo.
Ripercorse mentalmente le tappe compiute sino a quel giorno, calcolando, valutando l’entità di quanto ancora doveva essere portato a termine prima che il suo momento finalmente giungesse.
Si permise per un attimo di immaginare come sarebbe stato. Magnifico, senza ombra di dubbio. Liberatorio. Sorrise al pensiero.
E in quell’attimo di pace percepì la sua presenza. Subitaneamente, anche la pietra che portava al collo reagì al richiamo dell’essere. Evidentemente non demordeva e anzi, si faceva sempre più vicino. Non era prudente restare ancora a lungo in quel luogo, le conseguenze della loro riunione potevano essere alquanto nefaste. Era ora che trovasse qualche altro metodo per portare a compimento la sua opera.
Forse un diversivo, una variazione sul tema, avrebbe fatto al caso suo.
Il Cavaliere si permise di attendere ancora qualche istante nei pressidella Fonte. Scrutò la roccia annerita della colonna, alla ricerca di un’idea, un lampo di luce che fosse in grado di fare chiarezza nei suoi pensieri e di fornirgli un’adeguata risposta, un indizio sui prossimi passi da intraprendere.
Mentre pensava, percepì la presenza dei quattro che l’avevano osservato sin da quando era giunto lì. Erano infine usciti dai loro angoli bui, forse avevano trovato il coraggio di affrontarlo. La belva che albergava nel suo cuore si agitò, irrequieta. Una sensazione fin troppo famigliare per lui, e che aveva imparato a domare col tempo. Non c’era fretta, poteva lasciare che si avvicinassero ancora, cullati dall’idea di non essere stati notati. Tornò ad immergersi nei suoi pensieri per lunghi attimi, certo che avrebbe trovato una via. Riusciva sempre a trovare una via.
I suoi limpidi occhi chiari si spalancarono lievemente quando prese la sua decisione. Avrebbe trovato qualcun altro attraverso il quale agire, che l’avrebbe aiutato a fare ciò che andava compiuto. Si, il momento di tramandare il suo sapere e le sue conoscenze, di insegnarle a qualcun altro a modo suo, era infine giunto. Doveva solamente trovare le persone adatte.
La decisione dopotutto era già stata presa, non era il caso di indugiare oltre.
Soddisfatto della risposta trovata, tornò a rivolgere la sua attenzione alle quattro ombre alle sue spalle, che nel frattempo si erano avvicinate ulteriormente. Spostò lentamente il peso del corpo da un piede all’altro. Misurando il suo respiro. In attesa.
In un attimo i quattro Oscuri gli furono addosso, attaccandolo ai fianchi e alle spalle, impugnando sottili spade ricurve smaniose di sangue. Il suo.
Veloce come era sempre stato ruotò su sé stesso, liberando la lunga lama avvolta di luce azzurrina del suo spadone dal fodero di mithril che la tratteneva.
I quattro Oscuri erano abili e determinati. Ma in mezzo a loro vi era il Cavaliere e la sua Lama intonò un sanguinoso cantico di morte.
_________________ RPG ITALIA STAFF
Ultima modifica di Eldainen Del Vespro su 10/04/2007, 22:16, modificato 1 volte in totale.
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